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Parma che vorrei

Gigèt Mistrali: "Una scuola verdiana al Regio"

27 agosto 2016, 11:15

Gigèt Mistrali:

Francesco Monaco

Uno così non può che aver lavorato per una vita all'Enel. Mettersi a parlare con lui è come allacciarsi a un generatore di corrente. Un'energia piacevolmente «elettrica», che parte dal suo sorriso, aperto come quello di un bambino, ma che pervade anche la sua barba bianca. Un generatore, appunto: di storie, di aneddoti, di tradizioni popolari, letteralmente illuminati a giorno dal suo dialetto dei borghi. Anche se è nato in montagna: Luigi Giovanni Pasquino Mistrali, per tutti «Gigèt», ha visto la luce il 16 aprile 1938 (giorno di Pasqua, da qui il terzo nome che lui confessa di non amare granchè) a Le Mole di Lupazzano, frazione di Neviano Arduini. A otto anni è già a teatro, a vedere l'operetta «Cin-ci-la» al teatro Reinach, pochi mesi prima che venisse distrutto dai bombardamenti.

«Allora c'era una vera stagione di operetta - inizia a raccontare «Gigèt» - che per molti cantanti rappresentava una vera palestra. Prima di poter debuttare al Regio, molti passavano dal Reinach, o dai teatri della provincia, come Fidenza o Colorno. Nell'intervallo si tenevano incontri di boxe o di lotta greco-romana. A dirlo adesso sembra incredibile, eppure era la prassi».

«Gigèt», per i pochi non lo sanno, è un loggionista storico del Teatro Regio. E il suo battesimo ufficiale lo fa risalire al 17 aprile 1947, in occasione di un «Trovatore»

«Manrico era un tenore bulgaro, Teodor Mazarov, Leonora era Adriana Guerini. Mi innamorai letteralmente di quelle voci e di quella musica».

Tanto da essere presente anche alla terza recita qualche giorno dopo, ma il cast era cambiato.

«Il tenore era Merli, e a un certo punto qualcuno gli ha gridato: 'va' a cantèr in't al canäl'. Dopo, però, quando ha fatto la «pira», è venuto giù il teatro».

In realtà la prima opera a cui il Mistrali bambino aveva assistito, era un «Rigoletto» dell'anno prima. Ma, benchè non l'abbia cancellato dalla memoria, preferisce non considerarlo come il suo «debutto» in piccionaia.

«Perchè fu un fiasco - ammette candidamente - una vera delusione. O forse perchè mi spaventai alla scena del temporale. L'effetto era talmente verosimile che a mio padre, che era soprannominato 'Giarò', qualcuno disse: 'Giarò, adèsa c'me fèt a'nder a cà, ch'at ghè miga l'ombrèl..».

Se la piccionaia è ancora viva - ed è uno di quei luoghi in cui ogni parmigiano dovrebbe andare almeno una volta per poter dire di conoscere la città - molto lo deve alle battute di «Gigèt», puntualmente riprese nella storica rubrica della «Gazzetta» «Lassù in loggione». Che poi oggi non si ruggisca più come una volta, è un altro discorso.

«A parte che si faceva l'abbonamento per tutte le recite, si stava stretti come sardine, anche uno sulle spalle dell'altro. E per conquistarti il posto dovevi resistere per tutto il primo atto, se ti spostavi eri finito. Meno male che non è mai volato giù nessuno...».

Solo i fischi volavano...

«Ricordo una recita di «Gioconda», le contestazioni al soprano fecero sì che venne sostituita. Appena la cover iniziò a cantare si levò una voce: «Vogliamo quella di prima!».

Ma è giusto ruggire? E' una dimostrazione di competenza o di maleducazione?

«Il fischio è giusto, ma bisogna avere la pazienza di aspettare prima di giudicare. E soprattutto non bisogna farlo per motivi pretestuosi».

Ma come si riconosce un vero intenditore di lirica? Voi loggionisti sembrate sapere sempre tutto...

«Rispondo citando Eraclio Gerbella, maestro di solfeggio di Toscanini e primo maestro della Corale Verdi, che prima di un'audizione chiedeva: at piäz al vén? A ogni intenditore di lirica - e sfodera un sorriso che da solo vale 1000 watt - piacciono la buona compagnia e il buon vino...».

Ingabbiare l'energia di «Gigèt» in un'intervista non è semplice: sarà che è uno spirito libero e ribelle, sarà che dalla sua memoria lucidissima escono racconti, citazioni ed episodi da poterci scrivere un libro (qualcuno dovrebbe farlo davvero, o almeno cucirgli addosso uno spettacolo), domare la sua parlantina e non farsi trasportare dalla corrente è una vera impresa. E per questo è doveroso ringraziare Cristina Bersanelli e Valerio Marchesi di Parma Lirica, presenti alla chiacchierata. A proposito: il «personaggio» Mistrali si affina proprio nei circoli e nelle osterie di via Bixio. A partire dalla «mitica» Tampa Lirica

«Di lì ci passavano tutti - ricorda «Gigèt» con l'occhio lucido - i coristi, gli artisti dopo la recita, anche i bambini. Si stava dal primo pomeriggio alla sera tardi e si cantava. Adesso, quando esci dal Regio, non sai dove andare. E se provi a cantare... ti buttano fuori e chiamano i Carabinieri».

Manco a dirlo, nella via Bixio di oggi dove metà delle saracinesche sono abbassate, Mistrali vorrebbe il ritorno delle osterie dei bei tempi, di quando ce n'era una ad ogni angolo.

«Anche perche l'opera, come la vita, è tutto un brindisi: non è solo dramma. E nelle osterie c'era il piacere di stare insieme. Un discorso che vale anche per i paesi, dove si è persa totalmente quella tradizione. Così come i pochi circoli rimasti, oggi, hanno un sacco di problemi legati alle licenze. E poi c'è da dire che la televisione in tutti questi anni ha privato intere generazioni del piacere di uscire di casa e stare in compagnia, così si è perso quel tipo di gusto per gli spettacoli».

E quindi come si fa, visto che indietro non si torna e adesso - altro che tv - siamo tutti schiavi dei cellulari?

«Il ruolo delle scuole diventerebbe fondamentale, ma è mai possibile che proprio in Italia la musica non sia materia di studio? Meno male che a Parma abbiamo un Conservatorio con i fiocchi».

Però l'offerta musicale in città si è allargata: oltre all'attività dei cori giovanili c'è anche un liceo musicale. E lo stesso Regio sta facendo molto per incentivare la presenza dei giovani, anche con proposte diversificate.

«Sì ma intanto alla cerimonia per l'anniversario di Verdi non ci sono mai le scuole e parlano sempre gli stessi. Le iniziative per i giovani al Regio? Ben vengano, ma dovrebbero essere vincolate a far sì che poi questi giovani vadano a vedere l'opera vera e propria, con una recita fuori abbonamento a prezzi bassissimi solo per loro».

Cosa manca adesso al Regio: lei, come tanti altri melomani parmigiani, gira tutti i teatri.

«Dovrebbe nascere una scuola 'verdiana' con maestri di spartito che insegnino il gusto e la tradizione. L'esempio del Rossini Opera Festival è illuminante: si è appoggiato alla grande scuola americana, che ha imparato a sua volta dai nostri direttori. E grazie a questi grandi maestri sono state riscoperte e restituite al mondo le tradizioni del canto rossiniano e le opere meno conosciute del pesarese. Inoltre bisognerebbe fare più prove, e allo stesso tempo cercare di contenere i costi, battendo il più possibile la strada delle coproduzioni. I biglietti sono mediamente troppo cari. E poi, lasciatemelo dire, mancano un direttore artistico che sia un vero musicista, e la figura del cerimoniere».

Le va di fare una sua graduatoria dei migliori cantanti che ha ascoltato?

«Come soprano “completo” Maria Callas, un drammatico di agilità, grandissima e perfetta per Traviata. Come interpreti Magda Olivero che era inoltre una donna bellissima e poi Renata Scotto: non sbagliava mai nulla, aveva un solo difetto, quello di immedesimarsi troppo nei personaggi. Per la voce Renata Tebaldi, il colore più bello del '900. Per i tenori rimanendo solo in Italia (altrimenti direbbe Kraus, ndr) direi Bergonzi per l'interpretazione, Corelli e Filippeschi per la bellezza della voce, Del Monaco per la forza».

E di Toscanini cosa diciamo?

«Cito solo un aneddoto raccontato dal tenore Martinelli: in America Toscanini aveva una storia con il soprano Geraldina Ferrer, che era anche bellissima. Durante una prova lui la riprese e lei disse: «'ma Arturo, io sono la stella'». Al che Toscanini replicò: 'Arturo solo in camera da letto, qui sono il Maestro. E quando c'è il sole (indicando se stesso) le stelle non si vedono'».

Lei ha una videoteca/discoteca da far impallidire gli archivi della Rai...

«Sono partito con un patrimonio di vecchi dischi che mio nonno conservava nel solaio e grazie a registrazioni mi innamorai delle vecchie voci. Appena iniziai a lavorare nel 1952 cominciai a girare per mercatini e negozi per comprare qualche chicca ..la mia casa ora straborda di dischi, ne ho pieni gli armadi, l'ingresso, ne ho perfino sotto il letto! Quando il vicino di casa mi vedeva rientrare con delle borsine mi chiedeva se fossi sicuro che il pavimento potesse reggere tutto quel peso... temeva gli potesse crollare il soffitto addosso. Ora non dovrei ma ogni tanto ne compro ancora qualcuno».

Cerchiamo di dirimere la questione una volta per tutte: il loggionista è colui che tiene viva e tramanda una delle più belle tradizioni di Parma, o è un «conservatore» che guarda sempre e solo al passato?

«E' innegabile che un tempo i cantanti si sottoponevano ad anni di gavetta durissima prima di “pensare” di debuttare in teatro, e grazie a questa preparazione si potevano permettere cose impensabili oggi. Pensiamo alla tecnica per cantare a mezza voce (che non è il falsetto): oggi praticamente non esiste più. Ma detto ciò, noi siamo sempre pronti ed aperti ad ascoltare nuove e belle voci, a vedere spettacoli nuovi e innovativi. Poi non è colpa nostra se in passato andavi tre giorni all'Arena per sentire tre opere e ti capitava di sentire una sera Corelli, l'altra Bergonzi, l'altra Del Monaco, e adesso invece vai e senti Tirlindèina e Sgagnaciuffè...».