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IPERTENSIONE

Troppo sale fa male, ma anche troppo poco

28 agosto 2016, 11:01

Troppo sale fa male, ma anche troppo poco

Patrizia Celi

Troppo sale non fa bene al cuore, si sa, e i problemi possono iniziare con l’innalzamento della pressione arteriosa. Uno dei meccanismi che generano questo squilibrio è stato individuato da un gruppo di ricercatori coordinati dal cardiologo Paolo Coruzzi, direttore della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Parma e della Cardiologia dell’istituto Don Gnocchi cittadino.

Lo studio ha dimostrato come l’introduzione di quantità elevate di sale nell’organismo delle persone giovani e sane possa danneggiare l’apparato cardiovascolare, agendo sulla normale regolazione del sistema nervoso autonomo, quello non controllato dalla volontà, dal quale dipendono le funzioni degli organi.

«L’eccesso di sale altera il giusto equilibrio tra il sistema parasimpatico o vago, difensivo, e quello simpatico o adrenergico, offensivo, a favore del secondo - spiega Coruzzi –. Un meccanismo che prima ritenevamo riferito solo alle persone già ipertese».

I due sistemi provocano effetti opposti: quello simpatico interviene in condizioni di emergenza, il parasimpatico in quelle di relax. Sotto l’effetto del sistema simpatico l’organismo consuma molta energia: il battito cardiaco accelera e la pressione sanguigna aumenta. Mentre con il parasimpatico si verifica il contrario e l’organismo accumula riserve di energia.

«Nelle persone sane la ricetta per riportare in equilibrio i due sistemi è l’adozione di un corretto stile di vita, che innanzitutto contrasti la sedentarietà – spiega Coruzzi –. Mentre nelle persone in cui la condizione è patologica, l’equilibrio può essere ripristinato anche attraverso i farmaci».

Il consumo di sale nei paesi occidentali è di 10-12 grammi al giorno, mentre non dovrebbe superare i 6 grammi. L’eccesso non deriva da ciò che aggiungiamo ai cibi quando siamo a tavola al fine di insaporire o conservare, ma dalla quantità già contenuta negli alimenti.

«Chi si alimenta con cibi troppo ricchi di sale o con esso conservati ha sicuramente un maggiore rischio di sviluppare problemi di pressione alta, ma non solo: altre patologie come le calcolosi, l’osteoporosi e l’asma bronchiale risentono dell’eccesso di sale – sottolinea Coruzzi –. Inoltre chi consuma troppo sale è più a rischio di danno vascolare, anche quando non si verifica l’aumento della pressione, che rimane una condizione peggiorativa».

Attenzione però a non ridurre drasticamente l’apporto di cloruro di sodio nell’alimentazione, scendendo al di sotto dei 3 grammi al giorno. «Anche l’eccesso di restrizione può condurre ad un disequilibrio nel sistema nervoso autonomo ed è indicato nella letteratura scientifica recente come causa di malattie cardiovascolari», sottolinea lo specialista.

«Ridurre drasticamente il sale nell’alimentazione è invece indicato per alcune categorie di persone con diminuita capacità di eliminare adeguatamente la quantità introdotta con l’alimentazione: anziani, diabetici, donne in menopausa e persone con disturbi respiratori durante il sonno».

Lo studio condotto dall’équipe coordinata da Coruzzi è stato pubblicato dal “Journal of the American heart association”, la prestigiosa rivista della società di cardiologia statunitense. La ricerca è stata svolta in soggetti giovani (età media 26 anni) con livelli di pressione normale, ai quali per cinque giorni è stata somministrata un’alimentazione molto ricca di sale, poi completamente eliminato dalla dieta nei cinque giorni successivi.

L’obiettivo era comprendere come a fronte di un eccesso di sale nell’alimentazione potessero sviluppare un’alterazione della pressione.

Allo studio hanno partecipato anche Paolo Castiglioni, ingegnere ricercatore presso il Centro di Bioingegneria dell’Ircss della Fondazione Don Gnocchi, e Gianfranco Parati dell’Istituto Auxologico italiano.

Parola d'ordine: stop alla sedentarietà»

Stop alla sedentarietà è la parola d’ordine per contrastare il danno cardiovascolare che l’eccesso di sale può generare, in particolare con l’aumento della pressione anche in soggetti giovani e sani. Svolgere un’attività fisica continuativa e personalizzata è la ricetta degli specialisti, che indicano una semplice regola valida per tutti: calibrare l’esercizio fisico alle proprie caratteristiche e alle attività quotidiane. «Recenti studi scientifici confermano che i 150 minuti di camminata veloce a settimana consigliati dall’Oms come attività fisica minima per tutti, possono non bastare a chi svolge un lavoro sedentario per almeno 8 ore al giorno» spiega Paolo Coruzzi. In particolare nel maggio scorso sulla prestigiosa rivista scientifica “Lancet” sono stati pubblicati i risultati di una ricerca internazionale condotta in soggetti reclutati in quattro continenti, che ha evidenziato non solo il ruolo protettivo dell’attività fisica, ma la possibilità di annullare gli effetti negativi delle otto ore trascorse alla scrivania, con utilizzo di computer, con un’ora di attività fisica moderata ogni giorno, ad esempio una lunga camminata alla velocità di 5 chilometri l’ora. «È una sana abitudine dalla quale dobbiamo lasciarci contagiare come occasione di benessere – consiglia Coruzzi –. E per chi non ha una forte motivazione ad incominciare, ricordiamo che l’esercizio fisico incide sul tono dell’umore, essendo un naturale antidepressivo, capace di sostenere l’impegno con la soddisfazione che ne deriva». Non dimentichiamo inoltre il valore dell’attività fisica sulla prevenzione non solo delle malattie cardiovascolari, ma anche di quelle metaboliche, come il diabete di tipo 2, degenerative, come l’Alzheimer, e neoplastiche, in particolare per i tumori della mammella, della prostata e del colon-retto. «Alla base delle più diffuse patologie, infatti, c’è sempre un processo infiammatorio, per il quale l’attività fisica è una straordinaria medicina naturale», conclude Coruzzi. P.C.