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Le medaglie? Grazie al cervello, più che ai muscoli

01 settembre 2016, 10:09

Le medaglie? Grazie al cervello, più che ai muscoli

Monica Tiezzi

La qualità principale per diventare un campione olimpico? Il cervello, più che i muscoli. Lo sapevamo già, visto che motivazione, autocontrollo e concentrazione sono considerate da sempre qualità determinanti per il successo sportivo.

Ma oggi a supportare questa teoria ci sono anche prove scientifiche, e vengono da Parma, dal dipartimento di bioscienze della nostra università.

Uno studio «made in Parma», pubblicato nella rivista «Journal of Biosciences», ha individuato geni in grado di influenzare prestazioni sportive in atleti olimpici, scoprendo che sono vincenti caratteristiche associate più ad aspetti comportamentali che allo sviluppo fisico.

Sull'onda delle Olimpiadi di Rio, alla ricerca ha dato ampio risalto la prestigiosa rivista americana «Scientific American» con un articolo dal titolo «Olympic gold may depend on the brain's reward chemical» (l'oro olimpico può dipendere dalla biochimica del cervello).

Alla ricerca parmigiana, durata due anni, dal 2012 al 2015, ha partecipato un team guidato da Francesco Nonnis Marzano e composto da Laura Filonzi, Stefania Chiesa, Marina Vaghi e Nicola Franchini. Nella scelta degli aspetti da indagare ha messo lo zampino la passione sportiva di Francesco Nonnis, ex giocatore di baseball e oggi runner: «Da tempo a Parma studiamo il metabolismo dei neurotrasmettitori in alcuni aspetti comportamentali e nelle malattie. L'interesse per lo sport ci ha spinto nella direzione di questa ultima ricerca», spiega il docente.

I ricercatori del nostro ateneo hanno preso in esame 50 atleti (fra i quali due parmigiani) che hanno partecipato alle Olimpiadi o a campionati del mondo nelle rispettive specialità, e 100 che, pur praticando sport in modo professionale o semi-professionale, non hanno mai partecipato a competizioni internazionali di alto livello.

Sono stati comparati, fra i due gruppi, quattro geni correlati all'abilità atletica: uno legato allo sviluppo delle masse muscolari, uno che regola i livelli di serotonina, un altro che degrada e metabolizza i neurotrasmettitori e uno che trasporta la dopamina al cervello.

«L'unica differenza genetica significativa fra i due gruppi è risultata quella relativa al DAT (acronimo di dopamine active transporter, ndr), il gene che trasporta al cervello la dopamina, mediatore chimico che “regola” la comunicazione tra neuroni diversi, soprattutto quelli importanti dal punto di vista comportamentali, che consentono una migliore gestione dell'ansia e una maggiore concentrazione», spiega Francesco Nonnis Marzano. La DAT, vale la pena ricordare, gioca un ruolo anche in molte malattie: dalla depressione al parkinson, dai deficit di attenzione al disordine bipolare.

Una variante del DAT, hanno scoperto i genetisti nei laboratori del campus, è risultata quasi cinque volte prevalente fra gli sportivi di alto livello (24% contro 5%), l'altra variante 1.7 volte prevalente (51% contro 30%).

«Abbiamo scoperto l'acqua calda, perchè è risaputo che lo sport è una sinergia di fisico, tecnica, motivazione e concentrazione - spiega Nonnis sorridendo - La nostra ricerca però ha provato il ruolo determinante della dopamina nella genesi dei grandi risultati sportivi. Spiegando anche, su base scientifica, i risultati deludenti di atleti molto dotati dal punto di vista fisico e talentuosi».

A risultati simili è giunto di recente anche uno studio della università canadese della Fraser Valley su diverse centinaia di sciatori e snowboarder. «Per raggiungere il podio un atleta deve affrontare dei rischi, che siano darsi un obiettivo più difficile per raggiungere più punti o accettare di poter perdere il controllo per guadagnare più velocità - spiega a “Scientific American” la genetista Cynthia Thompson, che ha condotto lo studio - Il maggior livello di dopamina nel cervello sembra aumentare la propensione ad affrontare rischi e quindi raggiungere alti livelli competitivi».

La ricerca parmigiana apre anche prospettive, per alcuni aspetti inquietanti, sulla selezione degli sportivi. «Il doping “chimico” si è concentrato finora sull'uso dei farmaci. In futuro il doping potrebbe diventare “genetico”, scegliendo a priori gli atleti destinati ai grandi successi in base alle loro caratteristiche biologiche e biochimiche», mette in guardia il ricercatore parmigiano.

Uno scenario che dovrà comunque fare i conti con il fattore umano: imprevedibile, misterioso e sempre sorprendente.

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