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il disco

"Ramones", 1976: il Big Bang del punkrock

di Matteo Scipioni

02 settembre 2016, 20:19

Il punk prima di tutti, prima dei Clash e dei Sex Pistols. Nati ufficialmente nel 1974, i Ramones faranno due anni di gavetta nei locali dei bassifondi newyorkesi immersi nella nebbia delle sigarette, dove le pareti sono incrostate di manifesti stratificati e i pavimenti intrisi di birra e whisky, prima di entrare in sala d'incisione. Locali, peraltro, che i quattro "fratelli" del Queens continueranno a frequentare anche dopo la notorietà. Fama, a dire il vero, che sarà ancor più grande dopo lo scioglimento della band.
Il loro primo disco, "Ramones", esce nel 1976, 40 anni fa. Per capire il "peso specifico", l'impatto che questo vinile inciso per la Sire records ha avuto nel mondo della musica rock, due dati: trentatreesimo posto nei 500 migliori album della storia secondo Rolling Stone e primo posto nell'analoga classifica degli Lp Punk.
Basterebbe leggere ad alta voce i nomi delle canzoni che lo compongono per balzare sulla sedia: Blitzkrieg Bop, Beat on the Brat, Judy Is a Punk, I Wanna Be Your Boyfriend, Chain Saw, Now I Wanna Sniff Some Glue, I Don't Wanna Go Down to the Basement, Loudmouth, Havana Affair, Listen to My Heart, 53rd & 3rd, Let's Dance, I Don't Wanna Walk Around with You e Today Your Love Tomorrow the World. Un pugno fast & loud, veloce e a tutto volume, allo stomaco della musica dell'epoca: canzoni che non superano i 2 minuti e 30. Adrenalina e energia facilmente testabili con "Let's dance". All'epoca la canzone più famosa, perchè cover di un brano ben conosciuto, cantato da Chris Montez nel 1962. Ma subito dopo l'uscita esplose "Blitzkrieg Bop", che divenne il vero e proprio inno della band, con il suo coro "Hey ho Let's go" (Guarda il video di Blitzkrieg bop del 1976), da cantare a squarciagola. Incalcolabile il numero di cover di questa canzone che le varie band punk rock di tutto il mondo hanno riproposto.
Prendi il rock'n roll anni '50, lo metti in un frullatore che viaggia al ritmo frenetico della batteria aggressiva di Tommy, lo accompagni alla voce urlante di Joey, alla chitarra distorta di Johnny e ai giri di basso persistenti di Dee Dee: signori e signore il punk-rock dei Ramones è servito. Poca tecnica ma tanto istinto, insomma sangue e non poesia. Si poga e non si balla, si canta e non si sogna: è trasgressione. Ma c'è anche tanta ironia, un "ceffone" ai tanti conservatori. Dissacrano (sempre con ironia) il simbolo degli Usa, l'aquila stringe una mazza da baseball e non i fulmini. Si parla di droga, di malessere, le loro "pin up" hanno i giubbotti di pelle e sono delle punk rocker.
La musica è sporca, lontanissima anni luce dai virtuosismi di tanti rocker e bluesman dell'epoca. I testi, semplici ed elementari, facevano a cazzotti con quelli impegnati e pacifisti dei cantautori, lanciatissimi in quegli ann. Il loro look, trasgressivo e trasandato in bianco e nero, con capelli lunghi, magliette semplici e attillate, giubbotti di pelle, jeans stracciati e Converse (o Vans) ai piedi, era di rottura con i colori lisergici dei "figli" di Woodstock. In tanti storsero il naso, ma quel disco accese la lampadina del punk in molti cervelli. Non solo nei musicisti che da lì a poco avrebbero seguito l'onda scatenata dai quattro ragazzi di Forrest Hills. Conquistarono tanti: Springsteen pochi anni più tardi scrisse Hungry heart per loro. Se la tenne e probabilmente fece pure bene.

Matteo Scipioni

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