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storia di una prof

Dopo 36 anni torna in Irpinia e ritrova chi aveva aiutato

04 settembre 2016, 07:01

Dopo 36 anni torna in Irpinia e ritrova chi aveva aiutato

Mara Varoli

Sono passati quasi 36 anni da quel 23 novembre 1980, quando la terra iniziò a tremare in Irpinia. Allora le foto venivano pubblicate in bianco e nero, ma nonostante questo il dolore di quella gente traspariva dai volti segnati dalle lacrime e dalle case diroccate, ieri come oggi: all'Aquila e ad Amatrice.

Un dolore talmente toccante che spinse Maria Gabriella Dallafiora, allora 24enne, a partire per il Sud come volontaria: una prima volta a Natale di quel 1980, poi nella Pasqua successiva e infine nella stagione estiva.

E dopo quasi 36 anni, Maria Gabriella in Irpinia ci è tornata, per riabbracciare quella gente che lei stessa aveva aiutato a «rialzarsi» dalla terribile scossa. Un ritorno che in un primo momento non avrebbe voluto raccontarci, ma poi ha capito che le sue parole avrebbero avuto un significato importante: così è per capire un po' di più cosa vuol dire «volontario» e per trasmettere questa ricchezza a chi la saprà cogliere. «In agosto, durante le vacanze con le mie figlie Martina, 26 anni, Maria Chiara, 24, e mio marito Mario Anelli, sono tornata in Irpinia, a Castelnuovo di Conza, in provincia di Salerno, sul confine con la Basilicata per rincontrare la famiglia di Serafino e Rosetta Spatola che conobbi durante la mia esperienza di volontaria con la Caritas di Parma (in mensa) e poi con la Caritas Svizzera (capo-campo volontari) - racconta Maria Gabriella Dallafiora, insegnante di Scienze al liceo scientifico Ulivi -. Sono stata là a 24 anni e ci sono ritornata a 59: esattamente dopo quasi 36 anni».

Ritornare in quei luoghi feriti era un grande desiderio per Maria Gabriella, «anche se in realtà - sottolinea - ho rivisto alcuni membri della famiglia, a Roma nel 2000, grazie all'invito di Maurizio Costanzo per un'edizione commemorativa al suo show».

Maria Gabriella è arrivata in Irpinia con «un'ansia incredibile», confessa, nella tarda mattinata del 10 agosto: «Ho incontrato Rosetta e Serafino che mi hanno aperto la loro casa con l'immediatezza tipica della gente del Meridione. L'affetto è intatto, l'emozione tangibile e contagiosa - continua -, confesso che mio marito, come anche le mie figlie, hanno dovuto nascondere più volte il viso per non mostrare gli occhi lucidi. Io invece ero felice, felice di rivederli. Mancava Enzo per la famiglia al completo, ma in compenso ho conosciuto mariti e figli di Valeria e Mariella: al tempo del terremoto avevano 14 e 15 anni. Il "luogo" che lasciai nel settembre del 1981 era un accampamento di roulotte, container e forse anche qualche tenda militare usata per deposito. Un paese che contava 360 abitanti e che ne perse un terzo. Oggi ho trovato un paese ricostruito, come anche il tessuto sociale, nonostante lo spopolamento dato dall'emigrazione. Ho potuto rivedere anche altre persone che ricordavo: Teresa la barista (allora in un container), Donato, Giuseppina, Rosa (nelle due foto: in quella di oggi indossa un vestito a fiori bianco e nero, in quella di ieri è l'ultima a destra nella terza fila) e il giovanissimo parroco don Giuseppe Bagarozza, che mi ha emozionato non poco col suo "grazie per quello che hai fatto allora, grazie per essere tornata. La prima volontaria ad essere tornata in questi luoghi", mi ha detto. E ha aggiunto: "Dobbiamo chiedervi scusa per non avervi ringraziato mai abbastanza". E io sono rimasta spiazzata. Tanti ricordi e la scoperta di atroci situazioni che all'epoca non seppi perché non volevo chiedere. Anzi, non si poteva chiedere».

Ricordi che non dimenticano la sofferenza: «Lente agonie sotto le macerie, famiglie dimezzate - sottolinea Maria Gabriella -. Rosetta perse la figlia Valeria per 21 giorni: non la trovavano più. Era dispersa in un ospedale. A lei, ragazzina di 14 anni, dissero che i suoi erano morti e che le avrebbero trovato una famiglia per l'adozione. Certo, allora non esisteva la Protezione civile».

Un'esperienza, quella del volontario in una zona terremotata, che rimane dentro. E ti segna per tutta la vita. O meglio, ti forma: «Dal mio ritorno, nell'81 ho fatto parte della Croce rossa di Parma come volontaria sulle ambulanze e sono anche stata nella Protezione civile (che nacque subito dopo la catastrofe dell'Irpina) - ammette -. Un'esperienza questa che, ispirata dal vissuto precedente, mi ha reso, almeno credo, una persona migliore. Da quei luoghi pieni di dolore, sono tornata arricchita, oggi come quasi 36 anni fa: avevo ricevuto molto di più di quello che avevo dato».

E non è un caso che anche le figlie Martina e Maria Chiara hanno già pensato di indossare la «divisa» del volontario. E magari, proprio in una zona colpita dal sisma.