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Il racconto della domenica

Vento caldo d'autunno

di Anna Maria Dadomo

16 ottobre 2016, 15:35

Vento caldo d'autunno

Anche allora c’era lo stesso vento caldo di oggi che soffiava e avvolgeva ogni cosa in miasmi di decomposizione. Le foglie gialle, strappate a manciate dai rami, vorticavano nell’aria, si disperdevano per il prato inaridito, si ammucchiavano contro le siepi. La polvere si alzava in mulinelli dal sentiero. Le arnie vuote dietro le piante ancora più tristi. Il frinire ossessivo delle cicale in quegli interminabili pomeriggi d’estate. E i gattini morti. Quello bianco e nero sotto il portico; quello tigrato contro la balaustra; quello arancione tra i cespugli del biancospino. E il vento che ne disperdeva l’odore intorno a casa. Io non me la sentivo di cercare l’ultimo, quello arancione, così avevo chiamato Rossella, che venisse lei a frugare nel fitto dei rovi. E lei era venuta. Neanche si era cambiata le scarpe, ma così come era arrivata, in sandali, si era diretta senza incertezza verso quel punto del giardino che le indicavo. (Non c’era da sbagliarsi, bastava seguire quella puzza nauseabonda). Premendo un fazzoletto sul naso e sulla bocca, la guardavo da lontano. Con precauzione spostava gli intrichi spinosi, si fermava a scrutare tra le macchie di sole e d’ombra, frugava tra le foglie secche. Lo trovò quasi subito. «È qui», mi aveva fatto segno con l’indice e senza fretta aveva infilato i guanti tolti dalla tasca. L’aveva preso, avvolto in fogli di giornale, messo nella borsa che le avevo dato. «Portalo insieme gli altri. Ti aspetto», aveva detto nel consegnarmi poi quella bara di carta e sedendosi sulla panchina di cemento addossata al muro della villa abbandonata: aveva i capelli in disordine e gocce di sudore alle tempie, intorno alle labbra.
Il campo, già percorso al mattino, arato da poco, aveva solchi profondi e zolle alte, dure e compatte. Camminavo a fatica in quel deserto di terra con la borsa leggera discosta dal corpo: volevo gettarla lontano, molto lontano, per non sentire più quel fetore ripugnante ogni volta che uscivo. Vampe di calore secco e polveroso salivano dal terreno, altre, pesanti, scendevano dal cielo di un bianco metallico, grigio come zinco. L’aria molle come plastica tremolava; e su tutto il vento… un vento torrido che mulinava intorno alle gambe, al corpo, non dava tregua neppure per un attimo, ma seguiva, incalzava, pressava da vicino come il ringhio feroce di un cane. Al margine opposto del campo, nell’ultimo solco, ho gettato la borsa, e sopra ho ammassato terra e pietre come già avevo fatto per gli altri: non volevo che gli animali della notte fiutassero e scavassero, violassero quel tumulo improvvisato. Esausta, sono tornata. Oggi di nuovo quel vento. Le fronde stormiscono, le imposte sbattono, ma è soprattutto l’odore. Di nuovo risento quell’odore. Di nuovo lo respiro. Zaffate calde di porcilaie di stallatico di fumo di gomma di combustibile di stracci di umori di sudori di vapori di liquidi di paglia di erba secca di amori… tutto che si decompone, si corrompe e muore, brucia in incendi mai estinti e nauseanti. Nel brusio dei calabroni dei mosconi delle vespe. Sotto le mandibole di migliaia di formiche. Nelle ferite delle piante procurate da invasioni di cimici. Ho paura di quest’aria. Forse è solo l’odore dell’estate che continua a morire in questo autunno smarrito che avanza, e che il vento disperde. Ma la paura non cessa. Perché non c’è riparo a questo vento infetto che soffia ovunque, in ogni punto della terra. E non basta chiudersi in casa, serrare porte e finestre, stare fermi e muti nel buio delle stanze, o costringersi ai soliti rassicuranti lavori quotidiani per eluderlo, arriva comunque. È nell’ordine delle cose. Inevitabile. Maledetto.