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il disco

"Meddle", poema epico dei Pink Floyd 45 anni dopo

di Michele Ceparano

21 ottobre 2016, 22:15

“Meddle”, sesto album dei Pink Floyd, ha quarantacinque anni. Il lavoro datato 1971 del mitico gruppo inglese arriva dopo quello che è considerato il loro primo capolavoro. Di firme su alcune pietre miliari della musica rock infatti Waters, Gilmour, Wright e Mason ne hanno messe diverse - certamente “The dark side of the moon” (1973), “Wish you were here” (1975) e “The wall” (1979) - ma nel 1970 diedero alla luce “Atom hearth mother”. Dolce, struggente, impetuoso, addirittura, se è consentito definire in questo modo così poco canonico un disco, glorioso. Strumentale e cantato. Un disco che non è solo un disco; è un'opera. O un poema epico. Insomma, leggendario. Dopo il “disco della mucca” (la famosa copertina) non era facile dare vita a qualcosa che fosse davvero all'altezza. I Pink Floyd ci hanno però provato ugualmente sviluppando una serie di esperimenti sonori intorno al pezzo centrale del disco: la suite “Echoes”. Ebbene, nonostante “Meddle” - che in inglese significa qualcosa come intromettersi, immischiarsi - non sia il loro lavoro più famoso, è comunque entrato anch'esso di forza nella storia del rock. Come tutti i lavori della band. Il merito va, come detto, alla suite “Echoes”, lunga 23 minuti e 31 secondi, di cui è impossibile aver dimenticato l'”incipit della goccia d'acqua”. Chi pensava di averla obliata si dirà: sì, me la ricordo. La canzone è divisa in due strofe; nella prima i Pink Floyd dipingono i loro paesaggi incantati - l'albatros sospeso nell'aria e le onde fluttuanti in labirinti di caverne coralline (l'anno prima avevano scritto “Fingal's cave”, ispirandosi alla grotta che si trova sull'isola di Staffa, nelle Ebridi scozzesi) - mentre nella seconda si interrogano sul senso della vita e sulla solitudine dell'uomo, temi più che ricorrenti nella loro produzione. “Echoes” diventerà comunque uno dei loro cavalli di battaglia. Al pari di “One of these days”, l'altro pezzo fondamentale dell'album che ha anche il compito di aprirlo. Anche questo immortale e, in Italia, conosciutissimo perché il suo inizio è stato usato come sigla di due programmi della Rai: Tg2 Ring e Dribbling. A metà del pezzo, si sente l'unica frase che lo caratterizza e che sarà bello, per chi non l'avesse mai sentita (magari i giovanissimi), tradurre. Entrambe le canzoni vennero inserite nel docu-film che uscì l'anno dopo, “Pink Floyd-Live at Pompeii”, in cui la band suona nell'anfiteatro romano con un risultato a dir poco travolgente. Negli altri pezzi i Pink Floyd ottengono sempre risultati interessanti, benché questi facciano un po' da corollario ai due citati. “A pillow of winds” è una delicata ballata acustica, “Fearless” si conclude con la sovrapposizione di un coro da stadio cantato dai tifosi del Liverpool, in Saint Tropez c'è una velata critica di Waters ai lussi vacanzieri e in “Seamus” il protagonista è un cane che partecipa attivamente al brano con i suoi guaiti. Entrando, anche lui, nella leggenda.

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