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Il racconto della domenica

Quinto e la festa del vino Novello

di Gianni Croci

30 ottobre 2016, 15:41

Quinto e la festa del vino Novello

Le damigiane le scaricavano sul marciapiede al mattino presto.
Era il vino Novello che puntualmente tutti gli anni a ottobre Quinto, l'oste di borgo del Correggio metteva in cantina per la sua clientela.
I clienti per Quinto non erano gente comune che spendeva i suoi soldi nel vino, ma persone, conoscenti, amici, parenti; tutto il mondo di nomi e facce che si trovava nella sua osteria e Quinto serviva con educazione e gentilezza, con pazienza anche quando qualcuno varcava la soglia del legittimo e si trovava su di una strada sbagliata. Barcollava e chiedeva ancora da bere. Quinto usciva dal bancone lo prendeva per un braccio e gli parlava amichevolmente, una persona che voleva il suo bene, salvarlo da una brutta sbornia o peggio da una vomitata.
Un uomo massiccio Quinto, bonario, faccia rotonda, il mento nascosto dentro il grosso e basso collo, grandi occhi che arrivavano a vedere tutto il locale oltre le pareti divisorie, il camice da banco grigio ferro, fumava le nazionali come Gildo il manovale e Saullo il muratore, lavoratori precari che eseguivano lavori di qui e di là quando li chiamavano a occuparsi di lavoretti della durata di dieci quindici giorni qualche volta anche di più.
Quando non esageravano con il rosso erano bravi muratori. Alla sera, Gildo andava a casa. Saullo, separato dalla moglie e solo, rimaneva da Quinto a mangiare un piatto di trippa o una fondina di polenta con stracotto e sugo di manzo.
Ci beveva dietro un mezzo litro di rosso, ma quando mangiava polvere anche due mezzi litri, e fumava due tre nazionali mentre dava una scorsa al quotidiano locale alla pagina dei trapassati e alla cronaca nera che gli portava via il tempo necessario prima dell'ora di andare a coricarsi.
Quando a ottobre in borgo del Correggio da Quinto arrivava il vino Novello era festa per tutti. Quinto dietro al banco sorrideva e riempiva scodellini di ceramica bianca con il Novello. Assaggio gratuito ai clienti che sapevano bere e distinguevano il vino al metanolo da quello fatto con l'uva e pigiato con i piedi del contadino.
«Oggi offre l'oste», diceva Quinto e dava una tirata alla nazionale che teneva in bilico tra le labbra prima di scuoterla nel posacenere.
Il viso rubizzo gli si riempiva di sana gioia; lui era il migliore del quartiere e nella sua osteria non mancava niente. Sul bancone c'erano sempre uova sode da sgusciare e salare e a metà mattina o al pomeriggio con una scodella di lambrusco erano una buona merenda.
Alla sera si poteva cenare con una minestra in brodo, calda, intanto che la moglie e la figlia cucinavano per la famiglia chi si fermava a tavola veniva servito.
Un lunedì sera Quinto fermò Gualtiero Crocetti all'uscita dopo che alle carte aveva sbaragliato gli avversari al ciapanò dove non aveva rivali e gli disse: «Sulla Gazzetta di ieri, domenica, ho letto il racconto di tuo figlio Giannino, fagli i miei complimenti. Al sa scrivor to fiol».
«Giannino l'ha fat tut da lu. A scola al ghe andè poc. Le sempor ste un ragaz debol, al gha poca salute. Ma le un gran brev ragaz».
Quinto non era un lavoratore comune, era un uomo con passione da vendere per ciò che faceva, pieno di iniziative per rendere l'osteria non un ritrovo di perdizione per uomini che volevano ubriacarsi, ma il luogo di buone compagnie che aiutano a tirarsi fuori dai guai e segnalarti la giusta strada da seguire.
Ma c'era sempre l'ultimo ubriaco della mezzanotte, Oliviero, che si rifiutava di andare a dormire e voleva bere ancora e di nuovo.
A casa, diceva non aveva nessuno
e il letto era freddo. Quinto usciva
dal banco metteva il braccio sulle spalle di Oliviero, barcollante, lo portava sul marciapiede gli augurava la buonanotte e tirava giù la saracinesca.