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Giovannino contro Giovannino

Le autocaricature di Guareschi: lezione di ironia delle più genuine

di Egidio Bandini

07 novembre 2016, 00:00

Giovannino contro Giovannino

«Adesso vi racconto tutto di me». Così inizia lo straordinario risvolto di copertina di «Don Camillo e il suo gregge», secondo fortunatissimo volume della saga più popolare del ‘900 italiano. E così potrebbe cominciare anche il racconto della lunga serie di autocaricature che Giovannino Guareschi fece di sé stesso, con la medesima ironia che usava per i trinariciuti, le vedovone o gli improbabili sovrani degli «Stati piccolissimi». Caricature spesso fantastiche, a volte impietose o struggenti, ma sempre divertentissime. Nella serie dei disegni emerge il tratto che cambia: la prima immagine è quella di un giovane Guareschi che posa fiero accanto alla fida bicicletta, di fronte al fabbricato di Borgo del Gesso dove ha vissuto la sua «bohème» parmigiana e, parlando di sé, diceva: «Ero giovane e bellissimo e marciavo in knickerbockers». Il segno è forte, diretto, lascia poco spazio all’immaginazione, ma la figura è tenera, quasi ingenua. È il ritratto di un giovanotto che vive le proprie giornate fra le discussioni con Attilio Bertolucci, Cesare Zavattini, don Giovanni Drei, Pietrino Bianchi, Maurizio Alpi e la tristezza del sottotetto dove abita, con la malefica trave dove aveva dovuto appiccicare il cartello con il semplice monito: «calma!» dopo l’ennesima capocciata. Il lavoro alla Gazzetta lo stava per portare lontano, in quella Milano dove conoscerà fortuna e fama. Di qui il passaggio è brusco: arriva il Giovannino fatto di aria e di sogni che cammina, infagottato in un cappottone sdrucito davanti alla torretta del lager. E il segno diventa quasi aspro, secco, sintetico, commosso nel raccontare quella miseria e quel dolore, nella figura curva, stanca, smagrita, dalla quale spiccano solo i grandi baffi ad ala di rondone, tesi verso un futuro incerto, ma comunque puntati, come antenne, verso quella speranza che mai abbandonò Guareschi nei lager nazisti, e i passi vanno nella direzione opposta allo sguardo della sentinella sulla torre, fuori dalla prigionia, diretti a quel luogo dove Giovannino avrebbe ritrovato la sua famiglia ad aspettarlo, riunita come nel disegno che doveva far da copertina a «Le osservazioni di uno qualunque», con Guareschi che, abbarbicata in testa, tira il carretto dove siedono Margherita e Albertino, o nel quadretto col sottotitolo «Fede e avvenire», con tutta la «banda Guareschi» (compreso il cane Amleto) accanto al «verticale» suonato da Giovannino, mentre margherita e cantano e un Albertino piuttosto rabbuiato osserva di nascosto, tutti ritratti con quella dolcezza che solo un padre perdutamente innamorato della propria famiglia sa mettere nel raccontarla. Ma è nel volto di Giovannino che troviamo la nuova mutazione del segno: l’allegria seriosa del giovanotto di Borgo del Gesso e la malinconia del «Kriegsgefangene» lasciano il posto a un volto che si direbbe imbronciato, ma lo è solo fintamente, perché sotto la spessa coltre dei baffi si intuisce il sorriso di un uomo felice, che nel lavoro e nella vita ha saputo trovare un equilibrio interiore che ne farà lo scrittore italiano più letto nel mondo. Di qui in avanti c’è un filo conduttore comune negli autoritratti di Giovannino. Saranno due gli elementi distintivi: i baffi ed il naso, che emergono anche nella firma di Guareschi, a sua volta perenne ed ermetica autocaricatura che diverrà l’emblema stesso dell’intera opera guareschiana. E la serie continua, attraversando tutti i periodi della vita di Guareschi: dalla libertà vigilata nel «carcere delle Roncole», alla passione per i lavori agricoli, agli straordinari biglietti di auguri natalizi, di nuovo alla bicicletta, all’amore per il Grande Fiume, fino alla contesa con Pier Paolo Pasolini nella realizzazione del film «La rabbia». Un’autobiografia per immagini che, a partire dal neonato che ha sullo sfondo la «festa rossa» del primo Maggio 1908, percorre l’intero cammino della vita e dell’opera guareschiane e che potrebbe davvero servire ad illustrare, passo passo, quello straordinario autoritratto narrato che comincia con: «Adesso vi racconto tutto di me».