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EDITORIALE

Quel che manca per fare un governo

di Michele Brambilla -

11 dicembre 2016, 15:10

Quel che manca per fare un governo

Quel che manca per fare un governo non è una maggioranza solida sia alla Camera che al Senato, non è l'intesa sul nome del nuovo premier o su un Renzi-bis, non è un programma condiviso su come affrontare la crisi economica e non è neanche un accordo su una nuova legge elettorale per andare al voto rapidamente. Quel che manca è, molto semplicemente, la voglia di trovare un accordo. In una parola, manca il senso di responsabilità nei confronti del Paese. Ciascuno pensa al proprio interesse di bottega, e basta.
Discorsi demagogici? Può darsi. Però osserviamo quello che sta accadendo dopo il referendum. Renzi si è dimesso, ma non è detto che non resti in carica ancora per un po', magari fino alle prossime elezioni. Aveva detto che si sarebbe ritirato a vita privata, e sul cambio di programma non ci sentiamo di biasimarlo, perché per quanto abbia perso il referendum, il risultato dimostra che un seguito ce l'ha, e forte. Resta segretario del Pd, ma nel Pd come sempre succede i fedelissimi sono diventati un po' meno fedeli dopo la sconfitta: si è aperta la fronda e sono cominciate le manovre di palazzo per cambiare leader, oltre che a palazzo Chigi, anche in largo del Nazareno.
Nel centrodestra non c'è neppure bisogno di cambiare il leader, per il semplice motivo che il leader non c'è. O meglio ce ne sarebbe uno, l'immortale Berlusconi. Il quale però ha ottant'anni e qualche problema di salute: in certi momenti perfino lui ha pensato che si dovesse nominare un successore e ne ha ipotizzati alcuni, però poi li ha soffocati tutti in culla: Alfano, Toti, infine Parisi. E poi, nel centrodestra non c'è solo Forza Italia: c'è anche la Lega, che ha un altro leader, Salvini, il quale vuole le elezioni subito. Berlusconi invece non le vuole. Prima del referendum aveva detto che, in caso di vittoria del no, si sarebbe seduto a un tavolo con Renzi per cambiare la legge elettorale e andare al voto con calma. Oggi invece dice che di larghe intese non ne vuole neppure sentir parlare.
Poi ci sono i grillini. Per mesi hanno gridato al golpe sostenendo che la legge elettorale voluta da Renzi, l'Italicum, è una porcheria che favorisce svolte autoritarie. Oggi spingono per andare a votare subito con l'Italicum: non perché non pensino più che è una porcata, ma perché hanno capito che è una porcata che in questo momento li farebbe vincere.
Ma vincere con chi? Ci vorrebbe un candidato premier. E fra i grillini c'è chi vorrebbe Di Maio, chi vorrebbe Di Battista e perfino chi non è d'accordo sul voto con l'Italicum.
Ecco perché diciamo che ciascuno sta pensando ai propri interessi, e non a quelli del Paese. Ed è deprimente che questo si ripeta oggi, cioè subito dopo una discussione sulla Costituzione. Si sono riempiti in tanti la bocca, in questi mesi, con «lo spirito dei Padri Costituenti». Ma avrebbero dovuto prima sciacquarsela, la bocca. Perché la Costituzione la fecero italiani dalle diverse, perfino opposte visioni del mondo, cattolici e laici, comunisti e liberali: ma italiani, e come tali impegnati a unirsi per il bene del Paese. Italiani che avevano una visione sul futuro, mentre quelli di oggi ce l'hanno al massimo sulla percentuale da prendere alle prossime elezioni.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it