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EDITORIALE

Governo a tempo ma non fotocopia

di Paolo Ferrandi -

14 dicembre 2016, 20:12

Governo a tempo ma non fotocopia

Ci siamo divertiti tutti a notare come Maria Elena Boschi si sia dimessa da ministro alle Riforme per sbucare come sottosegretario alla presidenza del Consiglio o come Angelino Alfano si sia trasferito dal Viminale alla Farnesina. A furia di «promoveatur ut amoveatur» (il «latinorum» che si usa quando una persona è promossa nella speranza, spesso vana, che smetta di fare danni), la prossima volta diventerà presidente del Consiglio. Ma adesso la ricreazione è finita e vale la pena di fare qualche ragionamento a mente fredda sul governo Gentiloni che si è appena insediato.
E' davvero un «governo fotocopia» come viene da pensare vedendone la composizione quasi immutata? Solo due volti davvero nuovi - sempre che si possa definire «nuova» Anna Finocchiaro - e qualche giravolta tra ministri che diventano sottosegretari e sottosegretari che diventano ministri non promettono una grande discontinuità. Così come il fatto che il potere del cosiddetto «giglio magico», le persone più vicine a Matteo Renzi come la Boschi e Lotti, non pare affatto scalfito. La carriera politica di Paolo Gentiloni, poi, come quella di Renzi anche se con un percorso decisamente diverso, non nasce all'interno del corpaccione del vecchio Pci. Insomma, per usare le parole di Pier Luigi Bersani, anche Gentiloni come Renzi non è entrato da piccolo nella «ditta». E quindi genererà la stessa diffidenza negli ex comunisti. Qui ci fermiamo con gli elementi di continuità. Ora analizziamo le differenze che ci sono. E che probabilmente conteranno molto.
Gentiloni, come tratto caratteriale è l'anti-Renzi: Paolo è calmo, pacato, riflessivo e con grandi capacità di mediazione, mentre Matteo è dinamico, spesso un po' sopra le righe, impulsivo e con un'innata propensione a tagliare i nodi intricati con un colpo di spada. Come si vede due stili personali quasi antitetici che si tradurranno in diversi stili di governo. Si governerà in prosa e non in poesia. E' probabile che ci saranno meno «slide», meno incursioni sui social network, si spera, meno comunicazione e più sostanza.
Con la sconfitta del progetto di riforma costituzionale, poi, è venuta meno l'enfasi sulla «Riforma» che era stato un po' il marchio di fabbrica del governo Renzi. E' sparito anche il ministero, per dire. Gentiloni ieri ha poi assicurato che, per quel che riguarda la riforma della legge elettorale, si affiderà al Parlamento e alla capacità dei partiti di trovare un punto di caduta tra le esigenze diverse e spesso contrapposte. Insomma, si passa dalla retorica della grande riforma pensata a Palazzo Chigi e quasi imposta al Parlamento al pragmatismo della maieutica parlamentare. Ancora una volta la poesia si trasforma in prosa.
Con il venir meno dello sforzo per le riforme istituzionali anche la maggioranza è diventata più ristretta: non serve più l'appoggio al Senato dei verdiniani visto che le defezioni dei senatori della minoranza Pd dovrebbero essere meno dirompenti. Anche perché l'asse del governo - con la la creazione di un ministero per il Mezzogiorno e con l'ingresso della Fedeli all'Istruzione - si è spostato a sinistra. Probabilmente non basterà e alla fine la crisi arriverà proprio dai senatori della minoranza Dem. Ma anche questo è calcolato. Perché se è vero che, come ha detto Gentiloni, il governo resta in carica finché riceve la fiducia, è anche vero che un governo debole come questo spesso non dura più di qualche mese. Il tempo giusto, per dirla in prosa e non in poesia, per trovare un compromesso sulla legge elettorale e poi tornare alle urne. Con qualche problema risolto. Si spera.

pferrandi@gazzettadiparma.net