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EDITORIALE

La guerra fredda corre su Internet

di Paolo Ferrandi -

31 dicembre 2016, 20:13

La guerra fredda corre su Internet

I nomi sono decisamente fantasiosi: «Fancy Bear», «Cozy Bear», «Guccifer»; si muovono nel mondo virtuale di internet e hanno l'aura libertaria e un po' anarchica dell'hacker, il pirata informatico che tutti si immaginano come un giovane nerd, occhiali dalla montatura spessa, cervello fino e grande cuore, in lotta contro la corruzione della politica e delle grandi corporation. Ma questa volta la realtà è un po' diversa. Dietro Apt 28 e Apt 29 - questi i nomi decisamente più burocratici usati da Fbi e dal Dipartimento per l'Homeland Security nel documento che sta alla base delle drastiche decisioni dell'amministrazione Obama - ci sono i servizi segreti russi: sia l'Fsb, quello civile, che il Gru, quello militare. Il documento è un «joint analysis report», quindi autorevole perché frutto del lavoro di più agenzie statunitensi. Secondo l'intelligence Usa ci sono pochi dubbi, infatti, che le incursioni informatiche che hanno portato alla diffusione di una mole impressionante di documenti imbarazzanti capaci di penalizzare la campagna elettorale di Hillary Clinton, sono stati decise e programmate a Mosca. Forse, ma questo nei documenti non è scritto, dallo stesso Vladimir Putin. Il motivo di questa azione ostile è abbastanza semplice da intuire: non tanto favorire Donald Trump rispetto alla Clinton - c'è anche questo, naturalmente, ma la candidata democratica probabilmente le elezioni le avrebbe perse lo stesso - quanto diminuire la già scarsa fiducia dei cittadini americani rispetto al processo democratico. Quando si comincia a pensare che l'intero processo elettorale è truccato, allora diventa più semplice per i dittatori giustificare il loro disprezzo per le regole della democrazia. In questo caso il disvelamento del tentativo russo in qualche modo è il suggello del successo dell'operazione, non del suo fallimento. Una volta raggiunta quindi la convinzione - naturalmente indiziaria, visto che le prove sono precise, ma non ultimative - dell'intervento russo le sanzioni non potevano essere evitate. Di solito in Italia si tende a iper-politicizzare le motivazioni delle decisioni prese alla Casa Bianca, ma, al di là delle divergenze tra Obama e Trump rispetto a Putin che ci sono e non vanno minimizzate, con le carte che sono state diffuse - e altre seguiranno - sarà difficile che il nuovo presidente Usa si prenda la responsabilità di revocare l'ostracismo delle 35 spie russe. Ieri, per esempio, un editoriale del Wall Street Journal, la roccaforte del pensiero conservatore statunitense, attaccava Obama per aver agito con poco nerbo e dopo aver fatto troppa «melina». Paul Ryan, lo speaker repubblicano della Camera, cioè la personalità più alta del partito di Trump, ha poi notato come questa storia delle sanzioni all'undicesima ora sono il giusto epilogo della fallimentare politica dell'amministrazione Obama nei riguardi della Russia. Il fallimento di un approccio troppo «soft». Il fatto è che la guerra elettronica non è una fantasia. E non solo per fare disinformazione, o se volete l'originale russo «disinformatia». Per esempio ormai è assodato che l'opera di sabotaggio informatico messa in atto da Israele e Usa ha di fatto bloccato lo sviluppo del progetto nucleare iraniano portando poi Teheran al tavolo dei negoziati. Solo in Italia nessuno si occupa di questo tipo di cose. E l'unica volta che il governo è sembrato fare sul serio, con la nomina di uno «zar» alla sicurezza informatica, la polemica è scoppiata non sul colpevole ritardo che abbiamo su queste tematiche, ma sul fatto che il probabile designato, Marco Carrai, era troppo amico di Matteo Renzi.