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Il racconto della domenica

Quanto c'è per Pietroburgo?

di Gustavo Marchesi -

08 gennaio 2017, 21:58

Quanto c'è per Pietroburgo?

Quando la Piera, l’ostessa, li faceva, quaranta erano soltanto per lui. Per suo figlio Nando, i tortelli di zucca, annegati nel burro, battevano ogni altra specialità al mondo. A Natale e capodanno la Piera lo accontentava, una briga per lei, oltre a quelle giornaliere in casa e nell’osteria. Nando, allievo di composizione al Conservatorio, finiva i compiti in cucina prima di mettersi a tavola. Capitava che i curiosi entrassero dal locale e gli chiedessero perché segnava tutti quegli omini. «Ma è musica!» sbottava lui, seccato. Un famigerato scettico blu scosse la testa incredulo: «Ah! te ad gnirè mai un gran sunadur c’me Verdi!» (non diventerai mai un gran suonatore come Verdi). In mezzo a quella gente venivano spontanei gli insulti.

Rozzoni quanto mai, sì, ma non era questo il punto: si facevano compatire, ecco, per l’arretratezza voluta che assumevano, un insopportabile tono da gradassi. Capitava per esempio di considerare le novità moderne in fatto di scienza: per loro erano tutte mangiasoldi, nient’altro. Nando elogiava i nuovi elettrodomestici, che davano un maggior sollievo alle donne di casa? Non l’avesse mai detto, tutte stupidaggini, un lusso superfluo. I frigoriferi, per dire, producevano un ghiaccio pessimo rispetto al passato: «Una volta veh c’era del ghiaccio!»…

Appena inghiottita la tortellata, Nando si precipitava sul corso, su e giù fino alle ore piccole. Delmo, studente di medicina, lo scortava. Transitavano con qualsiasi tempo, e di buona lena, per scuotersi di dosso la patina della piccola città, docile e scioccherella. Delmo era molto critico nei confronti dei concittadini, li disprezzava, li sfotteva per la loro supina accettazione del fatto compiuto.

Nelle restanti notti dell’anno, se raccattavano qualche soldo al gioco, i due si concedevano un piattino di lasagne alla trattoria della «Stella», da Egisto. Maestro ai fornelli, costui aveva cucinato anche dalla Piera, bistecche in particolare fritte sulla piastra della stufa sotto gli occhi del gatto, il Tato, sornione bianconero, che aspettava i ritagli dalle mani del cuoco.

Un soggetto paziente, Egisto, gentile anche coi ragazzi che favoriva con degli sconti impossibili altrove.

E fu lui a proteggere Delmo dalle conseguenze di una sua rispostaccia suggeritagli da un bicchiere di troppo durante un normale controllo dei carabinieri alla «Stella».

«Buona salute a tutti» fecero i militari con la cortesia del caso. Gli avventori ringraziarono, anche Delmo, aggiungendo però che a lui i carabinieri gli restavano proprio sul gozzo.

Venne fuori una mezza bufera, minacce di denuncia e di fermo, prontamente evitate da Egisto che offrì da bere a tutti, in particolare ai rappresentanti dell’Arma benemerita: Delmo era di famiglia stimatissima, badassero, suo nonno deputato al parlamento era stato anche sindaco di lì.

Nando chiuse l’incidente cantando la canzonetta giocosa della morosa, la «vecia» ormai, che il suo ganzo tiene per ricordo, mentre lei commenta amara: «Ma perché non m’ami più?».

Delmo, dopo le scuse obbligate, prese un solenne impegno: la prossima notte, se nevicava, avrebbe recitato all’aperto una scenetta amena e invitava naturalmente i carabinieri.

Nevicò, e quanto nevicò, ma non saprei se Delmo desse poi seguito allo spettacolo annunciato, dove, fingendosi in viaggio, passando dal Piccadilly Bar, ritrovo degli snob (i cosiddetti intellettuali del Pick), avrebbe chiesto con premura simulata: «Di grazia, miei signori, quante verste per Pietroburgo?».

E ometteva il «San» perché allora, anni Cinquanta, la massima icona dell’Impero russo non era appieno riconsacrata.

Accadde? Non accadde?

Poco importa, sta bene anche così, tra quei bei ricordi.

Ma te, mia gioventù, perché non m’ami più?