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EDITORIALE

Sofferenze bancarie, la lezione di Mps

di Aldo Tagliaferro -

12 gennaio 2017, 17:27

Sofferenze bancarie, la lezione di Mps

Il sistema bancario non si può dire stia vivendo una stagione particolarmente felice. Al di là dello spinoso caso Mps - la storia più eclatante su cui torneremo tra poco - i temi delicati sul tavolo della grande ristrutturazione in atto si sprecano: l'ingente aumento di capitale di Unicredit, gli esuberi in un modello di business mandato velocemente in soffitta dal digitale, le traversie delle banche venete, le vicende dei quattro istituti "risolti", la trasformazione delle Popolari in Spa, il ritardo nelle operazioni di concentrazione nella galassia delle Bcc...
Ma concentriamoci su un aspetto, i famigerati Npl (non performing loans, "sofferenze" in italiano), un fardello pesante che i dati resi noti nelle ultime ore non aiutano più che tanto ad alleggerire, e non ci riferiamo solo al Monte Paschi. I 199,06 miliardi di euro di sofferenze lorde registrate a novembre rappresentano un miglioramento risibile rispetto ai 201 di un anno prima e addirittura un peggioramento frazionale rispetto ai 198,5 di ottobre. In attesa dei conti di fine anno, dove si potrebbero concentrare le ultime "pulizie" nei conti, il quadro resta grave perché abbiamo sul groppone oltre il 30% dei crediti deteriorati dell'Eurozona (in termini percentuali solo la Grecia sta peggio) e non può bastare a parziale consolazione che il tasso di ingresso di sofferenza per le società non finanziarie sia sceso dal 3,8% di fine 2015 al 3,6% come certificato ieri da Abi e Cerved.
Il perché è presto detto: le sofferenze sono apparentemente un problema delle banche (in fondo, si dirà, gli incagli sono nei loro bilanci), in realtà riguardano tutti perché zavorrano l'economia impedendo agli istituti di erogare il credito necessario alle imprese. La migliore cura sarebbe senz'altro la crescita economica ma in questo circolo vizioso è evidente che non si tratta di una cosa semplice; e se le previsioni di debole crescita non venissero confermate il rischio di un ulteriore appesantimento dei crediti deteriorati è già stato messo nero su bianco dall'ufficio studi di Unicredit. Né è semplice la soluzione della cessione delle sofferenze a terzi; in primo luogo perché vendere significa registrare perdite consistenti, minando il patrimonio e magari costringendo a dolorosi aumenti di capitale e in secondo luogo per il danno che ne deriverebbe al sistema perché l'operatore che compra le sofferenze svalutate ha interesse solamente a liquidarle senza alcun interesse l'«effetto filiera», come ha messo in evidenza il presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro.
Posto che regolatori e vigilanza hanno avuto la loro buona dose di colpe, è evidente che un numero così elevato di sofferenze significa in primo luogo che gli istituti di credito non sono riusciti negli anni a fare al meglio il loro mestiere, che è quello di valutare il merito del credito. E qui ci ricolleghiamo a Mps, l'esempio più incredibile di quella commistione fra politica e finanza (era di nomina pubblica la maggioranza dei consiglieri in Fondazione) che ha prodotto effetti deleteri. Ora si chiede a gran voce, persino dall'Abi, di rendere noti i nomi dei principali debitori insolventi. Per carità, sapere se i soldi prestati e mai più rivisti siano stati elargiti alla società A o alla società B può stimolare il voyerismo mediatico, oppure comprovare sospetti di aiuti ai soliti noti, ma ci pare che la questione serva solo a spostare lo sguardo dalla luna al dito: la questione non è la lista dei nomi quanto avere finalmente capito la lezione, ovvero che il capitalismo di relazione tipicamente italiano non può funzionare.