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EDITORIALE

Conti pubblici: la ricreazione è finita

di Aldo Tagliaferro -

17 gennaio 2017, 20:34

Conti pubblici: la ricreazione è finita

La ricreazione è finita. La quiete della pausa natalizia resa ancor più ovattata dalla defilata presidenza Gentiloni (per molti versi non è un male dopo tanto clamore) e una serie di dati economici tutto sommato confortanti, a partire dall'ottimismo dell'Istat per il 2017 e dal ritrovato clima di fiducia dei consumatori, avevano congelato per qualche settimana le preoccupazioni sullo stato di salute del Belpaese. Nonostante le perturbazioni bancarie.
Ma ieri una serie di ceffoni più o meno ben assestati ci ha ricordato che non godiamo di grande considerazione a livello internazionale. In un colpo solo Bruxelles chiede lumi sui nostri conti pubblici rilevando uno scostamento del Pil dello 0,2% (sono ben più di 3 miliardi di euro, non proprio bruscolini) con quel che ne consegue in termini di ripercussioni sul rapporto deficit/Pil; l'Fmi, poi, rivede al ribasso le nostre stime di crescita (+0,7% per quest'anno, +0,8% nel 2018) proprio mentre migliora le valutazioni di tutti gli altri «grandi» e stima il prodotto interno lordo mondiale in allegro rialzo del 3,6%; non è finita: la Ue coglie al volo i rimbrotti tedeschi sulle emissioni dei motori diesel di Fca chiedendo all’Italia «risposte convincenti al più presto» sulla compatibilità della Fiat 500x con la legislazione europea. Pena una possibile infrazione. Dopo quello che ha combinato Volkswagen forse sarebbe stato lecito attendersi un atteggiamento meno ruvido, ma Berlino mostra di avere i nervi scoperti nei confronti di Roma. Forse non riuscendo a incidere sulla politica espansiva di Mario Draghi si «vendica» così?.
Ma la vicenda delle emissioni, pur importante, resta in fondo marginale. Ben più grave è il fatto che il Fondo Monetario Internazionale - dopo che l'Italia ha perso anche l'ultimo rating "A", quello della canadese Dbrs - si dica preoccupato «dall'alta incertezza politica e dal settore bancario». Secondo l'Fmi i rischi sono la debolezza della domanda (confermata proprio ieri la deflazione nel 2016, pessima notizia per il valore reale del debito), la lentezza delle riforme e le crisi bancarie non risolte: ingredienti ideali per un rallentamento della crescita e dei prezzi rispetto agli altri Paesi. L'area euro, per intenderci, è stimata in crescita dell'1,6% sia quest'anno che l'anno prossimo. Semplicemente il doppio rispetto a noi. Siamo più in linea - invece - sul fronte delle disuguaglianze messe nero su bianco proprio ieri dall'Oxfam: se l'1% dei più facoltosi al mondo possiede quanto il restante 99%, in Italia il 20% della popolazione più ricca detiene oltre il 69% della ricchezza.
Ma torniamo a Bruxelles: dopo avere mostrato il volto gentile di un Moscovici quasi accomodante a novembre e poi aver metabolizzato la fine della parabola renziana caratterizzata dall'aspro dibattito sulla famigerata «flessibilità», oggi chiede conto dei nostri numeri. I toni non paiono da ultimatum, anche perché l'euroscetticismo imperante impone delicatezza, ma il rigore dal sapore teutonico è evidente. La Commissione europea ci chiede impegni precisi sulla correzione dei conti entro il 1° febbraio, in sostanza una manovra correttiva. C'è ancora un po' di tempo, ma non potremo fare finta di niente. Padoan sostiene che la nostra priorità resta la crescita ma il Governo dovrà dire dove intende trovare 3,2 miliardi di euro.