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EDITORIALE

L'America di mio padre cinquant'anni dopo

di Filiberto Molossi -

19 gennaio 2017, 18:59

L'America di mio padre cinquant'anni dopo

L'altro giorno ho ritrovato l'America: era in un cassetto, esattamente dove ricordavo di averla lasciata. Ognuno ha la sua, di America: la mia ha la forma di una busta dai contorni bianco, rosso e blu, due francobolli da 10 cents (con la faccia di Andrew Jackson, 7° presidente Usa), la scritta «Air mail» e il timbro «Pray for peace». E' la lettera di quattro paginette spedita da un padre a un figlio che ancora non sapeva leggere: un mese dopo la mia nascita. Era la seconda volta che mio padre seguiva la rotta di Colombo: ma prima ancora di vederla da vicino aveva chiuso l'America in un sacco e poi l'aveva messa in cornice. Dentro c'era la farina donata nell'immediato dopoguerra agli italiani dal «populo» (è scritto proprio così) degli Stati Uniti. Capì meglio dopo, quando insieme andammo al cimitero dove riposavano i soldati Usa caduti in Normandia: una distesa infinita di croci bianche in un grande prato verde. Attorno, pace e silenzio. Nel libro che raccoglieva i commenti dei visitatori, mio padre scrisse solo una parola: «Grazie».
Il debito che aveva con quei ragazzi che avevano tolto dai guai la sua generazione, regalandole una libertà che non avrebbe poi sprecato, non gli impedì però di raccontare nei reportage di quella esperienza oltre oceano «luci e ombre di un Grande Paese». «Credo che il viaggio sarà interessante, utile al mio lavoro» scriveva nella sua lettera, arrivato da poco a New York («nevrotica capitale dell'incomunicabilità»), mio padre: non si sbagliava. Era il maggio '69, era l'America dei cortei e delle proteste, che contava i morti in Vietnam ma da lì a poco avrebbe piantato la sua bandiera sulla bianca superficie di un sogno: la Luna. Di quella sterminata e inclassificabile nazione, mio padre raccolse numerose suggestioni: la febbre di vivere, ad esempio, «che è la molla del Paese», l'alba del computer, «totem dell'America progredita, dio che può fallire», la religione della libertà («che in America è un fatto mistico»). Ma anche la solitudine delle cafeterias. Un posto, gli Stati Uniti, «dove il ricco è un esempio da imitare, un modello da ammirare: è tanto rispettato e apprezzato quanto da noi è malvisto e vilipeso». Ecco, in un certo senso, mio padre aveva previsto - senza saperlo - l'irresistibile ascesa di Donald Trump.
Ci ripenso oggi, mentre scrivo in una stanza dove c'è un sacco di farina appeso alla parete, e The Donald si appresta (il gran giorno è domani) a insediarsi alla Casa Bianca. Il teatrale e burrascoso neo presidente non ha ancora messo piede a Washington che è già riuscito a scatenare una guerra commerciale con la Cina, litigare con la Merkel (davanti a un'America sempre più divisa abbiamo bisogno di un'Europa sempre più unita...) e promettere più muri e più armi, oltre che milioni (dove l'ho già sentita questa?) di posti di lavoro. Eppure è ingiusto demonizzarlo: e, soprattutto, inutile. Trump non fa nulla per piacere (e personalmente a me piace pochissimo) ai suoi avversari: ma non è detto che sia per forza un male. In fondo, l'America ha un pregio: non esiste. E' un Paese, visto da questa parte dell'oceano, immaginario, la percezione di qualcosa che è più dentro ai film che non nella realtà. Ma resta la nazione-guida dove una possibilità non si nega a nessuno: nemmeno al signor Trump. Fanne buon uso, Donald.