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Il racconto della domenica

Il grande fiume e la coniglia

di Lina Pancaldi Schianchi -

22 gennaio 2017, 17:04

Il grande fiume e la coniglia

Paride girava irrequieto intorno al casello, non poteva certo prendere sonno con le ultime notizie diffuse dai tecnici del Magistrato del Po. Era il novembre 1951. Quell'anno, assieme a Bianca, aveva preso una decisione: le due stanze in paese gli stavano troppo strette, la libertà degli anni trascorsi al casello 34 lo aveva spinto ad accettare una nuova sistemazione. Di là dal torrente Crostolo c'era una casa cantoniera disabitata. Appena due chilometri fuori dal paese. Erano arrivati in primavera e si erano sistemati bene. Ma pensando a quella notte di novembre sembrava che quella scelta non fosse stata felice. Le piogge abbondanti avevano ingrossato il grande fiume e il terreno golenale era già stato sommerso dalle acque.
Paride si soffermò a guardare la coniglia bianca nella gabbia che si stava preparando il nido con la sua lanuggine. «Dove te li farò fare quei coniglietti?», pensò. Le galline nel pollaio svolazzavano qua e là, non erano sulla rastrelliera dove di solito si appollaiavano con il capo tra le ali.
Verso l'alba tagliarono l'argine e le acque cominciarono ad arrivare a forte velocità. Paride portò un po' di cose al piano superiore e, prima che l'acqua giungesse alla ferrovia, caricò Bianca e la ragazzina, la coniglia e le galline su un carrello che si usava per il trasporto dei materiali sulle rotaie. Dopo un avvio faticoso, a metà percorso si trovarono di fronte alla salita che portava al ponte sul torrente Crostolo. Bianca non riusciva a far scorrere il bastone con forza sulla massicciata. Lei e Paride scesero e cominciarono a spingerlo con le mani. Qualche metro in avanti e poi il carrello ritornava indietro. Paride era sempre pronto a frenare con il bastone.
Intanto, sulla strada degli argini, in mezzo a una fitta nebbia, si sentivano i suoni più strani: il pianto dei bambini, il ragliare di un asino, il muggito delle mucche piene di latte e già in attesa della prima mungitura mattutina. Finalmente, spinta su spinta, il carrello arrivò sul ponte. Era fatta: adesso giù giù per la discesa fino al paese, usando soltanto qualche colpo di bastone. La nonna e Badiali li accolsero ancora una volta nella loro casa. C'era però qualche ospite in più: la coniglia bianca e le galline, che trovarono posto in cortile sotto la colombaia. La ragazzina era felice. Ancora il suono di tromba, ancora gli amici della lunga strada. Molti alluvionati avevano trovato rifugio alla meno peggio. Paride e la sua famiglia potevano considerarsi fortunati, con il ritorno alla casa di Badiali. I nonni, però, li potevano ospitare soltanto di giorno. Il padrone della colombaia aveva lì vicino una vecchia casa che stava sistemando e offrì a Paride una stanza per dormire. La sera, dopo cena, la nonna preparava una piccola padella di braci fatte nella grossa stufa a legna, e lei e Bianca andavano a riscaldare i letti infilando tra le lenzuola un aggeggio di legno che chiamavano «prete». Faceva molto freddo.
Capitò che, durante quei mesi, dovessero cambiare spesso stanza. Ogni volta che il lavoro dei muratori avanzava, la sera diventava un'incognita. Con ironia Paride chiedeva a Bianca: «In quale stanza dormiamo stanotte? Al primo, al secondo o al terzo piano?».
Il disagio era stato grande. Finalmente venne la primavera. Tornarono al casello, pieno di fanghiglia, ma soltanto per raccogliere le poche cose ancora servibili. Il trasloco fu un colpo secco, come quando si stacca il cordone ombelicale. La loro madre terra, terra della Bassa, a volte ingrata, ma ricca di gente coraggiosa, solidale, amica.