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EDITORIALE

Protezionismo o globalizzazione? Il mondo al tempo di Trump

di Aldo Tagliaferro -

28 gennaio 2017, 18:06

Protezionismo o globalizzazione? Il mondo al tempo di Trump

C'è un termine che, dopo un oblio prolungato, si riaffaccia con prepotenza nel dibattito economico: il protezionismo. L'avvento di Trump alla Casa Bianca ne è l'incarnazione più eclatante, ma non sfugga la teoria di segnali che hanno preceduto - a diverse latitudini - le elezioni americane di novembre: il voto sulla Brexit e la crescita delle pulsioni populiste che hanno miscelato in un unico calderone i timori sociali di «invasioni» migratorie con le difficoltà economiche per la perdita di posti di lavoro. La risposta di pancia, erigere muri - doganali o di cemento poco importa - trova oggi una sponda solidissima niente meno che nel presidente degli Stati Uniti.
Curioso che a minare il “Washington Consensus” (in soldoni il neoliberismo che ha imperato negli ultimi 25 anni: privatizzare, liberalizzare, globalizzare) sia un miliardario che del capitalismo rampante è un fulgido esempio, ce l'aspetteremmo semmai da Bernie Sanders o da «occupy Wall Street»; e altrettanto curioso è che il leader cinese Xi Jinping, non esattamente il padrino più credibile del libero mercato, elogi pubblicamente la globalizzazione.
Quello che è certo è che le regole del commercio mondiale per come le abbiamo conosciute negli ultimi anni stanno mutando sensibilmente. La riduzione delle disuguaglianze nelle macro-aree ha infatti lasciato morti e feriti sui diversi campi di battaglia, soprattutto dove «si stava meglio». Oggi che il ceto medio occidentale esce stremato e disilluso da un decennio difficile, ecco affermarsi una deriva scettica e “rivoluzionaria” (attenzione: Trump non rappresenta il partito repubblicano, ma lo scontento delle masse) che investe Londra e gli States, fa crescere i vari Salvini, M5S, Afd, Le Pen in un contesto dove l'uomo forte sembra tornato drammaticamente alla ribalta: Putin, Erdogan, lo stesso Xi Jinping.
Dunque è il protezionismo che puzza un po' di centralismo la risposta corretta? A dispetto di Wall Street che galoppa, qualche dubbio ci sembra corretto porlo: è così sicuro Mr Trump che l'aumento dei costi dei prodotti importati negli Usa piacerà al suo elettorato? Crede che il «reshoring» auspicato porti le industrie a tornare negli States aprendo esattamente dove manca quella manodopera? Sa che le catene di produzione si sono ormai rilocalizzate e non è né semplice né vantaggioso riportarle a casa (esempio banale: i cappellini dei sostenitori di Trump sono tutti made in China)? Non ritiene che cancellare l'accordo transpacifico Tpp sia un formidabile assist alla Cina? Si rende conto che se tutti finiscono per erigere un muro le industrie esportatrici falliranno? E Mrs May pensa che la Gran Bretagna possa sedere a un tavolo ancora come potenza egemone e non come un mercato da appena 65 milioni di persone con una manifattura ridotta o (peggio) d'importazione, come quella dell'industria automobilistica giapponese? Ora, di cose che non funzionano ce ne sono diverse, a cominciare dal protezionismo nascosto di Pechino, per cui una riformulazione dei rapporti mondiali è auspicabile a patto che i muscoli messi in mostra oggi servano a riequilibrare un mondo in mutazione e non a erigere barriere allo scambio di benefici per tutti.
Una cosa è certa: chi sta peggio di tutti è l'Europa, sempre più ai margini dello scacchiere. La sua moneta, nata nell'era del libero scambio, è in crisi perché il progetto di Maastricht sconta le troppe disuguaglianze di un continente privo di una politica economica, fiscale e commerciale univoca. E, se proprio servisse, non ha nemmeno un “uomo forte”...