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Il racconto della domenica

Gimpel e il mantello invisibile

di Luca Cantarelli -

12 febbraio 2017, 16:29

Gimpel e il mantello invisibile

Gimpel ero lo scemo del villaggio. Fisicamente era un tipo normale: né alto né basso, né magro né grasso; non bello ma neanche brutto. Ugualmente, a vederlo, si capiva che qualcosa in lui non andava.

Forse per colpa di quella testa perennemente piegata a sinistra, come il capo chino del Cristo sulla croce. O per via di quei capelli che cadevano sulla fronte con una frangetta infantile. E poi c’era quel suo sorriso d’acqua, tremulo e instabile, che non si capiva se stesse per scoppiare a ridere, a piangere, o tutte e due insieme. Quando la gente gli passava accanto non lo ignorava. Pensava a qualcosa da dirgli. Però lo faceva cambiando voce, come si fa in genere quando ci si rivolge ai bambini.

Lui ascoltava, ma le parole gli scivolavano dentro come acqua piovana nelle grondaie. E come acqua riaffiorava quel sorriso instabile prima di accomiatarsi. Gimpel ero lo scemo del villaggio, si diceva. Il villaggio era solo un gruppetto di case, tanto piccolo che un singolo fulmine, cadendo al centro della piazza, lo illuminerebbe a giorno dalla prima all’ultima abitazione. Piccolo, molto piccolo dunque. Ma a Gimpel piaceva.

Per questa ragione non se ne staccava mai a lungo. Per questo e perché anche lui, in fondo, sapeva quanto potesse risultare pericoloso allontanarsi troppo. Ciò nonostante un giorno, senza proclami o annunci vari, sparì. Di lui non si seppe più nulla, e si cominciò a pensare al peggio.

Gimpel ricomparve un paio d’anni dopo. All’improvviso, alla stessa maniera con cui era scomparso. Sosteneva di aver viaggiato molto. In uno dei vari spostamenti era incappato nel mantello dell’invisibilità. Bastava indossarlo per non esser più visti, raccontava. Ma a quanti gli chiedessero di poter ammirare quel prodigio, Gimpel spiegava che, per funzionare, il mantello doveva essere a sua volta invisibile. Per questa ragione, diceva, non poteva mostrarlo.

E adesso cosa ne fai ?- gli domandavano.

Me lo metto addosso – riusciva a rispondere, al massimo.

Gimpel però sembrava cambiato. Non rinsavito, certo, ma ben più felice di quand’era partito. E di tanta felicità, in fondo, si rallegrava anche la sua gente. Per un certo periodo tutto filò liscio. Gimpel un po’ si faceva vedere, un po’ spariva, rintanandosi chissà dove. Finché, un giorno, lo trovarono all’osteria del villaggio, il mento poggiato sulla mano a ruminare i suoi pensieri. Se le labbra erano leggermente piegate all’insù, non lo facevano per sospingere un sorriso, quanto per raccogliere le lacrime in procinto di cadere dagli occhi.

L’ho posato da qualche parte – spiegò, biascicando - ma non ricordo dove. Si riferiva al suo mantello magico che a suo dire, essendo invisibile, non si riusciva a scovare. Passarono altri due anni, durante i quali lo scemo del villaggio s’impegnò a cercare quanto aveva smarrito. Chiedeva a destra e a manca. Si piegava sulle ginocchia e ruotava le mani attorno agli oggetti, ad accarezzare l’aria. Senza successo. Più cercava e non trovava, più si rattristava.

Lascia perdere, gli consigliavano. Ma lui non sentiva ragioni. Poi, d’un tratto, com’era già successo in passato, Gimpel scomparve. Nessuno lo rivide più. Qualcuno giurava a se stesso di sentirne la voce, di tanto in tanto. Ovviamente, non lo riferiva ad alcuno, per non diventare il nuovo zimbello.

Nella casupola di Gimpel venne trovato un foglietto con la sua firma in calce. Sopra, tre parole soltanto, scarabocchiate in malo modo: l’ho ritrovato, c’era scritto.