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APPELLO

Cavalli: «Studenti troppo scarsi in italiano. Corriamo ai ripari»

17 febbraio 2017, 13:40

Siamo ben sotto la sufficienza. Gli studenti che approdano all'università, in troppo alta percentuale, non arrivano al sei in lingua italiana. Non conoscono le regole fondamentali della grammatica e della logica. Per non dire degli errori di sintassi e ortografia. Non a caso un gruppo di docenti universitari ha lanciato l'allarme. Annamaria Cavalli, docente di Letteratura italiana e di Saggistica, presidente del corso magistrale in Giornalismo e cultura editoriale dell'Ateneo di Parma, ha firmato insieme ad altri 600 docenti di tutt'Italia l'appello-denuncia inviato a governo e Parlamento.

Il dato, dunque, è assodato. Qual è la sua esperienza?

«Ebbene sì, sono una dei 600 firmatari (e mi stupisco dell'esiguità del numero) della lettera sul “declino dell'italiano a scuola”. Si tratta di un appello semplice e icasticamente chiaro, senza fronzoli teorici, remoto dall'inconcludente “benaltrismo”, sempre messo in campo da chi non vuole o non sa porre rimedio a tale situazione. Chi fa parte del mondo della scuola e dell'università conosce da molti anni lo stato di degrado linguistico a cui si è giunti. C'è una sorta di analfabetismo di ritorno, che si manifesta non solo con errori di tipo ortografico o sintattico, che arrivano fin nelle aule universitarie (e sono i più facili da correggere), ma, in molti casi, con una sostanziale incapacità di decodificare e interpretare anche testi non particolarmente complessi. Viene insomma a mancare, in molti casi, quel livello di semplice comprensione indispensabile per orientarsi nella vita sociale».

Di chi è la responsabilità?

«Personalmente non ne incolpo né gli studenti né (se non in minima parte) gli insegnanti della scuola primaria e secondaria. La causa principale va ricercata nell'azione di progressivo e pervicace smantellamento dell'istruzione pubblica da parte di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni, con la sottrazione delle indispensabili risorse economiche a cultura e ricerca, da cui deriva un comprensibile senso di frustrazione dei docenti malpagati, poco considerati e subissati da adempimenti burocratici che sottraggono tempo prezioso alla loro professionalità. A ciò si aggiungano il delirio autovalutativo che ormai travolge le istituzioni, la trasformazione aziendalistica che sta riducendo scuola e università a imprese a caccia di clienti, la professionalizzazione a tutti i costi di ogni tipo di scuola con lo snaturamento dei vecchi licei, conseguente al disprezzo per le materie umanistiche a favore di quelle tecniche, senza tener conto che talune competenze (quelle appunto trasmesse dalle humanae litterae) restano formative e fondamentali per qualsiasi corso di studi, perché non esiste apprendimento che non passi attraverso il corretto uso del linguaggio e la salvaguardia della memoria storica. Diminuire gli spazi di queste materie (l'italiano, la storia, la filosofia o il latino), aumentare per ragioni economiche il numero degli studenti per classe, ridurre quello degli insegnanti di sostegno in classi che sono ormai estremamente eterogenee, anche in ragione dell'immissione di molti studenti che ignorano del tutto le basi della nostra lingua, probabilmente induce gli insegnanti a trascurare, per esempio, l'assegnazione e la correzione degli elaborati scritti, operazioni nelle quali soprattutto si verificano le competenze linguistiche e la capacità interpretativa degli studenti».

Lei come organizza i suoi esami?

«I miei esami orali di Letteratura italiana sono sempre preceduti da una parte scritta, volta a verificare non solo le nozioni acquisite nell'ambito della storiografia letteraria, della retorica e della metrica (sussidi indispensabili per una corretta interpretazione del testo letterario e della sua contestualizzazione), ma anche la capacità di scrittura, la correttezza espositiva, la consequenzialità logica delle argomentazioni. E allora cominciano i guai, perché è più facile ricordare una nozione, che esporla in modo corretto e consequenziario. Nell'orale questo si nota molto meno, ma lo scritto è implacabile. Così, mi ritrovo a correggere errori che non si dovrebbero più fare fin dalle elementari, tuttavia mi preoccupano di più quelli che denunciano una sostanziale incapacità critica (nel senso basico del termine), un'estrema povertà lessicale o incoerenza nello sviluppo del discorso. Spesso faccio rifare la prova, dopo averne spiegato accuratamente i difetti e qualche miglioramento ne risulta. Poi la media con il voto dell'orale aiuta. Intendiamoci, ci sono anche studenti bravi e in qualche caso bravissimi, aiutati dalla loro intelligenza e buona volontà e dalla fortuna di aver fatto un buon percorso nella scuola secondaria, dove ci sono ovviamente tanti docenti bravi e bravissimi. Ma, nell'insieme, lo scenario è piuttosto desolante».

Non solo per un letterato, ma anche per uno scienziato è fondamentale sapersi esprimere correttamente. Pensiamo a un medico che deve rapportarsi con i familiari di un paziente malato, ma non sa esprimersi correttamente. Come si può correggere questa tendenza?

«Nei miei studi mi sono spesso occupata del rapporto tra letteratura e scienza (le cosiddette “due culture”), soprattutto a partire dall'Illuminismo per arrivare al Positivismo e ai tempi più attuali, senza trascurare precedenti figure straordinarie di scienziati-letterati come Galileo Galilei. Ebbene, evitando di entrare in argomentazioni troppo complesse, basti dire che il successo della divulgazione delle idee anche in ambito scientifico è direttamente proporzionale alla capacità di trasmetterle al pubblico in modo chiaro, utilizzando tutti gli strumenti della comunicazione retorica, perché, come ben sanno anche gli scienziati, nessuna teoria ha valore se non si trovano le parole giuste per renderla nota a tutti. L'uomo è un animale naturalmente narratore, ha bisogno di comunicare agli altri le sue esperienze e, in ogni campo, l'esprimersi in modo corretto è una buona carta da giocare sul tavolo del successo. Di questa carta vincente il sistema dell'istruzione non può permettersi di privare gli studenti».

Non conoscere l'italiano significa non capire correttamente quello che si legge?

«La capacità di scrittura è strettamente collegata alla lettura, sono due attività inscindibili. Per saper scrivere bisogna saper leggere e leggere soprattutto buoni testi, quelli che Calvino definiva “classici”, non per ascriverli a culture remote, ma per segnalare la loro capacità di “stupire” costantemente il lettore, di dirgli sempre qualcosa di nuovo non solo rispetto al loro tempo ma soprattutto rispetto al suo tempo di lettore; sono insomma quei testi che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire. Non è neppure necessario capirli del tutto a una prima lettura, lasceranno in noi, soprattutto se giovani, tracce che si consolideranno e fermenteranno col passare degli anni e ci faranno tornare a loro con curiosità rinnovata e con la maturità nel frattempo acquisita, a cui avranno essi stessi contribuito, senza neppure che ce ne siamo resi conto. Un buon testo letterario è una miniera di emozioni, di sensazioni, di affetti, ma è anche un interlocutore esigente, che pretende dal lettore una collaborazione costante ed è proprio su questa collaborazione che un giovane costruisce il suo personale “thesaurus” di parole nuove, di stilemi preziosi, di collegamenti mentali intelligenti e arditi. Certo, ogni lettura, anche quella di mero intrattenimento, è meglio di nulla; ma la capacità della scuola e dell'università di instradare i giovani verso testi “importanti”, attualizzandoli, liberandoli dalla museificazione a cui troppo spesso li costringe un metodo di insegnamento dogmatico o banalmente nozionistico è la via maestra non solo per un apprendimento serio del linguaggio e delle sue strutture ma per la formazione complessiva dell'individuo, per infondergli forza creativa, per accendergli la fantasia.

Quali sono gli errori ricorrenti?

«Entrare ora nel merito degli errori più diffusi mi pare rischi di sminuire il senso complessivo del mio discorso, ma, se occorre farlo, dirò che è molto frequente l'omissione degli accenti su parole e verbi che ne hanno bisogno per distinguersi da termini omofoni ma di significato diverso, ricorrente è l'omissione di accento nell'articolo indeterminativo davanti a sostantivo femminile che inizia per vocale o viceversa il suo inserimento davanti al sostantivo maschile, lo scambio tra accenti e apostrofi, come se si trattasse dello stesso fenomeno, e inoltre l'omissione di qualche “h” dove ci vorrebbe, l'assenza o la distribuzione casuale dell'interpunzione, che talora compromette la corretta comprensione del discorso. E che dire del diffuso “centrare” (come infinito del verbo “c'entro”) al posto di “entrarci”? Piccoli esempi di malalingua. Errori facilmente emendabili (se segnalati almeno nell'ultima spiaggia accademica), frutto dell'approssimazione e dell'interpretazione in senso deteriore del valore convenzionale della lingua, come peraltro di qualsiasi altro codice: forse che la convenzione del rosso e del verde al semaforo è cosa di poco conto, che si può bellamente ignorare?».

Cosa la preoccupa maggiormente?

«La povertà lessicale e l'uso improprio di certi termini, favorito dalla loro assonanza (ricordo con orrore uno scambio tra “metafora” e “metastasi” o un “dilettare” al posto di “dileggiare”, ma potrei aggiungere diverse “perle” dello stesso tenore). Anche in questo caso è la mancanza di lettura a favorire tali fraintendimenti, perché la contestualizzazione propria di un romanzo o di una poesia aiuta in modo spontaneo l'assimilazione di nuovi vocaboli nel loro giusto significato; mentre l'apprendimento orecchiato per “sentito dire” presta il fianco agli equivoci semantici».

L'Ateneo mette in campo iniziative per correre ai ripari o l'operazione è ritenuta inutile?

«L'Ateneo fa quanto è di sua competenza per correre ai ripari. Le cosiddette “prove di accesso” (peraltro previste dalla normativa ministeriale), pur diversificate tra i vari corsi, nell'area umanistica in genere tendono a misurare proprio la capacità di scrittura e di interpretazione testuale. Nell'ambito del corso di Lettere (quello che conosco meglio), la prova comprende test di tipo lessicale, grammaticale, sintattico e di analisi del periodo; chiede la definizione di vocaboli, la scelta di sinonimi e sonda con domande apposite la capacità di intendere, parafrasare o riassumere il significato di un passo letterario. Non si tratta di prove selettive in senso preclusivo; ma di prove tese a capire quali siano le lacune che le matricole si portano dalla scuola secondaria, per intervenire poi con i corsi del progetto Idea (Integrazione didattica per esercitazioni assistite), in genere tenuti da docenti di scuola secondaria, selezionati mediante concorso. Senza dubbio l'operazione è utile. Ovviamente è difficile colmare in poche ore le lacune prodotte in molti anni».

Quanto influisce l'utilizzo forsennato di smartphone e computer in questo fenomeno?

«Per principio non demonizzo l'uso di computer e smartphone, anzi ne colgo tutta la positività ai fini di una conoscenza sempre più ampia e immediata del mondo che ci circonda. Naturalmente, come dicevano i nostri padri, “est modus in rebus”. La misura nell'utilizzazione, specialmente da parte dei più giovani, di quanto l'informatica ci ha messo a disposizione è condizione indispensabile per giovarsene in modo appropriato e proficuo. In Internet c'è tutto, ma bisogna saper vagliare e scegliere le notizie e a questo scopo sono necessarie competenza ed esperienza. Anche in questo caso la famiglia e la scuola devono saper assolvere al loro compito educativo e formativo, imponendo limiti e indirizzi chiari e inderogabili. L'utilizzo poi negli sms di un linguaggio non solo sintetico ma direi “singultante” e spesso scorretto di certo non contribuisce all'acquisizione di una buona qualità di scrittura. Anche i social (in particolare Fb o Twitter) non sono luoghi in cui imparare un italiano corretto, data la diffusione nelle loro pagine di errori di ogni genere, tuttavia non vanno neppure loro demonizzati, poiché, nei migliori dei casi, potrebbero servire addirittura a far prove di dialettica e di creatività».

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