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EDITORIALE

Trump, un marziano alla Casa Bianca

di Paolo Ferrandi -

18 febbraio 2017, 17:02

Trump, un marziano alla Casa Bianca

E' passato meno di un mese dall'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e sembra un secolo. Lo choc è stato profondo e si ha la sensazione che sia in atto una durissima reazione di rigetto da parte dell'establishment. E non solo per la decisione di mettere tende dorate nell'Ufficio Ovale. L'altra sera, per esempio, il presidente ha perso un altro ministro designato, visto che quello che doveva essere il nuovo segretario del Lavoro, Andrew Puzder, si è ritirato dall’iter per la conferma. Non c'erano le basi (e soprattutto i voti, visto che almeno 12 senatori repubblicani erano pronti a dire no alla sua nomina) per il via libera del Senato. E non era così difficile capirlo, visto che Puzder era un imprenditore abbastanza controverso e abituato a dichiarazioni decisamente sopra le righe righe come quando disse che i dipendenti dei suoi ristoranti erano «il meglio del peggio», oppure che avrebbe voluto assumere robot perché creano meno problemi dei camerieri in carne e ossa, oltre ad essere più gentili. Poche ore prima di lui era stato costretto alle dimissioni il segretario per la Sicurezza nazionale Michael Flynn, una pedina ben più importante dello staff di Trump. In questo caso l'accusa era pesantissima: secondo il dipartimento di Giustizia, infatti, Flynn era ricattabile dai russi, visto che, pur avendolo negato pubblicamente, aveva parlato con l'ambasciatore russo a Washington delle sanzioni Usa contro la Russia, prime dell'insediamento di Trump alla Casa Bianca. Argomento tabù per qualunque cittadino americano.

Trump se l'è presa subito con la fuga di notizie e con chi l'ha generata, promettendo dure sanzioni contro i funzionari infedeli che hanno passato i documenti ai giornali, ma non si può dire che le fughe di notizie si siano arrestate. Lo scandalo della «Russian connection», infatti, si è allargato coinvolgendo anche altre figure importanti dell'«inner circle» del magnate, oltre al solito Paul Manafort, il manager dei primi mesi della sua campagna elettorale, che era già stato costretto a dimettersi per questo motivo. Ma il registro della risposta da parte della Casa Bianca per ora è lo stesso: ci sono troppe fughe di notizie che mettono in pericolo la sicurezza nazionale, quindi servono un'indagine e dure sanzioni per i «traditori». Una linea di difesa che, almeno ufficialmente, è appoggiata anche dai repubblicani che sembrano pronti a varare una commissione d'inchiesta in merito. Ma i problemi restano. Solo ieri il «Wall Street Journal», un quotidiano conservatore di proprietà di Rupert Murdoch, quindi non schierato contro Trump a priori, ha rivelato che le agenzie di intelligence non rivelano al presidente diverse informazioni sensibili temendo fughe di notizie. Un sintomo di totale mancanza di fiducia, quasi un'insubordinazione.

Abbiamo quindi imboccato la via che porterà all'impeachment del presidente? Non sembra. Trump è stato eletto proprio perché indigesto all'establishment e, per il suo elettorato, questi passi falsi sono medaglie al valore. Senza contare che anche la campagna elettorale del presidente è stata assolutamente caotica, ma al tempo stesso vincente. Quindi, almeno per ora, l'effetto «marziano a Washington» protegge Trump. Almeno finché dura l'entusiasmo. A quel punto i nodi verranno al pettine.