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EDITORIALE

E' difficile fare la spia nell'età della trasparenza

di Paolo Ferrandi -

10 marzo 2017, 18:31

E' difficile fare la spia nell'età della trasparenza

Non c'è due senza tre, recita l'antico adagio. E per la terza volta l'apparato di sicurezza degli Stati Uniti è stato beffato da qualcuno che ha inviato a Julian Assange - il controverso padre-padrone di WikiLeaks, l'organizzazione che ha come scopo istituzionale la pubblicazione di documenti segreti - un'ingente quantità di materiale rubata dagli scrigni cibernetici della Cia, la potente agenzia americana che si occupa di spionaggio e controspionaggio.
Quindi dopo Chelsea Manning - il soldato semplice, che allora non aveva ancora cambiato sesso e si chiamava Bradley, che rubò materiale classificato ad Esercito e dipartimento di Stato - e Edward Snowden - il consulente, che portò alla luce i segreti spionistici della Nsa, l'agenzia Usa che si occupa dello spionaggio elettronico - c'è un terzo «mister X», o un gruppo di «mister X», che ha spiattellato all'universo mondo le armi per la guerra e lo spionaggio cibernetico della Cia. Anche in questo caso, infatti, la Cia e l'Fbi tendono ad escludere l'intervento di una potenza straniera, come la Russia, e stanno seguendo la pista interna che prevede il coinvolgimento di cittadini americani.
Siamo infatti passati dall'epoca della «mole», la «talpa», l'agente doppio della «guerra fredda», a quella del «whistleblower», il «suonatore di fischietto», cioè il cittadino che pubblica documenti riservati per far riflettere la società su comportamenti che ritiene criminali o eticamente discutibili.
Un cambiamento di paradigma che non muta però la pericolosità della «soffiata». Il «dump», cioè la miriade di documenti informatici giunti ad Assange, è, infatti, una minaccia pericolosissima per la sicurezza degli Stati Uniti e per la sopravvivenza stessa della Cia.
Cerchiamo di capire perché. Prima di tutto c'è il danno d'immagine: questi documenti, pur essendo nella gran parte semplicemente riservati e non «top secret», non sarebbero mai dovuti uscire dalle casseforti informatiche dell'Agenzia. E invece ora sono di dominio pubblico. Uno smacco terribile. In secondo luogo se Assange collaborerà, come si è impegnato, con le aziende che producono software e hardware per chiudere le falle di sicurezza usate dalle armi cibernetiche Cia, questo arsenale sarà reso inefficace. Per fare un esempio ormai è quasi certo che il programma nucleare iraniano sia stato pesantemente danneggiato da un virus informatico sviluppato dagli Stati Uniti, con l'aiuto di Israele, che rese inutilizzabili le centrifughe a controllo numerico usate da Teheran per arricchire l'uranio e produrre materiale fissile adatto alla costruzione delle testate nucleari. Senza questo «hackeraggio» molto probabilmente non sarebbe stato possibile intavolare il negoziato che, in qualche modo e con molte ambiguità, ha messo fine, almeno per i prossimi anni, alle ambizioni atomiche di Teheran. Un attacco molto più mirato e sofisticato del semplice «hackeraggio» di una smart tv della Samsung, come quella di cui si parla ora. Infine resta la brutta sensazione di vivere in un mondo opaco dove le organizzazioni come WikiLeaks hanno buon gioco ad erigere totem ideologici come quello della trasparenza totale proprio perché l'umile sfera privata di noi cittadini è violata tutti i giorni.