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Il racconto della domenica

Carmen, una disincantata felicità

di Marta Silvi Bergamaschi -

13 marzo 2017, 10:34

Carmen, una disincantata felicità

«Ester, lo sai che c’è la luna? Un quarto di luna colorata di un tenue rosa. Erano mesi che non vedevo neppure un pizzico di luna e neppure ci pensavo, chiusa com’ero in un inverno avaro, duro, perverso» disse Carmen con voce allegra.
Aveva indossato un vestito color melanzana, lungo fino alle caviglie, liscio, senza fronzoli. Soltanto un filo di perle.
«E’ bellissima - disse Ester, la colf - sono certa che oggi tornerà con un probabile marito».
«Non dire sciocchezze, per favore: non voglio nessun marito. Li conosco i mariti. Conosco perfettamente la loro presuntuosa innocenza, quando le mogli s’accorgono che sono semplicemente donne tradite».
E pensò: l’amore dura si e no un anno, quindi s’affloscia come un tulipano. Era vero? Carmen ne era convinta? Una signora borghese di mezza età: colta? Superficialmente: un’ape che appena si posa sui fiori e poi vola lontano, diceva a se stessa. Aveva avuto esperienze amorose certamente rapide, spesso noiose, assolutamente inutili. Amorose o sessuali? Quindi era rimasta sola, in una grande casa elegante, con la colf, fedelissima, e un canarino. Era ancora bella: alta, slanciata, viso regolare, divorato da grandi occhi grigi, misteriosi, allusivi, molto spesso ironici. Si truccava pochissimo. Amicizie, inviti? Tanti. Preferiva la solitudine. Non riusciva a divertirsi. Soltanto chiacchiere di una banalità insopportabile, di una incredibile cattiveria. Uscì in un sole morbido, discreto. Le strade erano intasate di auto. Imboccò il lungo torrente. Le piante ormai verdi, le aiuole bianche e gialle, le rondini nell’aria: è primavera inoltrata, pensò Carmen, è la stagione più bella e più pericolosa dell’anno. Tra le sorprese colorate, che svolazzavano impudiche, davano disagio, e una sottile malinconia. Qualcuno la chiamava. Lei conosceva quella voce. Lontanissima, in un ricordo che le sfuggiva. Lo vide attraversare la strada: brizzolato, sempre impeccabilmente elegante, decisamente un bell’uomo.
«Carmen, a questo punto? Non mi riconosci?».
«Certo che ti riconosco: Ugo, l’intellettuale Ugo, Rapallo, lo scoglio, il nostro scoglio. Quanti anni sono passati?».
«Gli anni non esistono: sono soltanto un’invenzione. Esistiamo noi».
«Perché sei ancora così totalmente fuori dalla realtà? Come allora?».
«Il tempo non passa, Carmen, il tempo siamo noi, lo regoliamo come ci piace. Lo capisci?».
La prese per mano, poi la strinse a sé. «Sei bellissima – sussurrò – e sei troppo intelligente (anche se tu lo hai sempre messo in dubbio) e sai bene che la bellezza è un lasciapassare delle seduzioni, degl’incanti, della voluttà dell’esistenza. – La bellezza è anche potere. Ti rendi conto?».
«Certo e mi fa ribrezzo. Il potere: occorre il servizio nel sociale. Il potere è spesso violento e superbo. Poi non capisco il tuo discorso, continuò Carmen, e soprattutto non capisco dove vuoi arrivare».
«A te - rispose deciso Ugo - non ti ho mai dimenticata».
Passò una macchina rossa e gialla come una coccinella gigante: squillò il clacson come una risata.
«A te» ripeté Ugo.
«Non vorrai per caso parlarmi d’amore: parola grossa. Può essere anche un pallone pieno di nulla, mio caro. Sono tornata indietro: sono pura come una dodicenne. Sono egoista e solitaria. Delusa e spesso inopinatamente felice. Per favore, lasciami in pace. Non voglio uomini tra i piedi. Già posseggo un canarino».
«Per favore, non dire sciocchezze. Un canarino! Una vita senza amore, mia cara è triste come un bosco muto». Carmen non rispose, lasciò la mano di Ugo, che ora gliela stringeva quasi con rabbia, e prese a camminare svelta.
«Dove corri», chiese Ugo con voce alterata.
«Verso la mia disincantata, pudica felicità. Addio, non cercarmi. Ho fretta. Il canarino mi attende: conosce perfettamente la mia voce e protende il becco per il solito bacio. Incantevole, vero?».