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EDITORIALE

Olanda: la diga tiene. Ma fino a quando?

di Paolo Ferrandi -

17 marzo 2017, 18:54

Olanda: la diga tiene. Ma fino a quando?

Alla fine, seguendo una facile metafora, visto che parliamo d'Olanda, la diga ha tenuto e la temuta marea populista non ha tracimato, anche grazie all'aumento della partecipazione popolare che si è attestata al 77,6%, tre punti in più rispetto alle ultime politiche, quelle del 2012. A voti contati - c'è voluto un po' di tempo perché per paura degli hacker russi si è deciso per lo scrutinio manuale - gli exit poll sono stati confermati. Il partito liberale (Vvd) del premier Mark Rutte si è confermato al primo posto con il 21,2% dei voti che corrispondono a 33 seggi (ne avevano 41). I populisti del Pvv, dello sfidante Geert Wilders, figurano al secondo posto con il 13,1% e 20 seggi, solo uno di più dei democristiani del Cda (12,4%) e dei centristi riformatori del D66 (12,1), entrambi con 19 seggi.

Crollano invece i socialdemocratici del Pvda, il partito che esprime il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, ministro delle Finanze del governo uscente. I socialdemocratici, infatti, passano da 38 seggi a 9, una disfatta cocente che li mette dietro ai socialisti con 14 seggi (uno in meno rispetto al 2012) ai verdi sempre con 14 seggi (ne hanno guadagnati 10). I socialdemocratici probabilmente non faranno parte del nuovo governo di coalizione, visto che la scelta di collaborare con Rutte è stata bocciata dai loro elettori.

E qui cominciano le note dolenti. Infatti la coalizione tra il partito di Rutte, i democristiani (che in Olanda sono su posizioni di centrodestra) e i centristi riformatori non raggiunge la maggioranza dei seggi della camera bassa del parlamento: dovrebbero essere almeno 76 e sono invece 71. E quindi serve almeno un altro partito (o due piccoli partiti) per una coalizione a quattro o a cinque. Una novità anche per il frammentato panorama politico olandese. Un'opera di alchimia politica che potrebbe richiedere mesi di paziente lavoro diplomatico.

Insomma le elezioni di mercoledì hanno uno sconfitto vero, cioè Wilders e il suo movimento populista che non ha sfondato, nonostante sia aumentato in consensi e seggi. Wilders, secondo i sondaggi, aveva la possibilità di superare i consensi di Rutte o, in subordine, di perdere di misura e invece è rimasto a distanza siderale dai liberali del primo ministro. Però Wilders ha dettato l'agenda. Senza la propaganda anti-islam e anti-immigrati del Pvv, infatti, Rutte non avrebbe ingaggiato il braccio di ferro ad alta visibilità mediatica con la Turchia di Erdogan che, con tutta probabilità, gli ha giovato elettoralmente e anche i programmi si sono spostati a destra. Un solo esempio: nella piattaforma dei democristiani c'è la richiesta che i ragazzi della scuola dell'obbligo cantino in aula l'inno nazionale e Rutte ha diffuso una lettera aperta in cui ha chiesto agli immigrati di aderire agli ideali della democrazia olandese o andarsene. Non sono le richieste di Wilders che proponeva di mettere al bando il Corano, chiudere tutte le moschee e uscire dall'Unione europea, ma in ogni caso lo spostamento in senso nazionalista è evidente. Come c'è stata una analoga polarizzazione a sinistra dove hanno vinto le forze, come i Verdi del giovanissimo Jesse Klavier, che sono su posizioni molto progressiste. Insomma un sistema polarizzato e frantumato dal sistema elettorale proporzionale. La navigazione di Rutte si preannuncia difficile.