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Il racconto della domenica

A Capri giammai lo bacerò

di Gustavo Marchesi -

19 marzo 2017, 17:38

A Capri giammai lo bacerò

Da giovane zia Clelia stava a servizio dal capitano di cavalleria Vittorio Pini, uno scapolo che, ben oltre la pensione, si adoperava per rimanere in sella di cavalcatine galanti.
Portava ancora la divisa, ordinata come in servizio, una fatica in più per la zia. Già gli stivali a sfilarli ci volevano in due. Seduti di fronte, lei si toglieva le scarpe e puntava le estremità contro il massiccio addome del padrone.
Tira tira, alla fine le gambe si sturavano dai tubi, con l’incognita che la Clelia cadesse all’indietro. Vittorio ogni volta non mancava di congratularsi con la donna dei suoi stivali (“absit iniuria”) e personalmente faceva lui un buon caffé.

Una sera, invitato dai Dovara, una delle prime famiglie d’Italia, diede tutt’a un tratto in smanie: non sopportava più la sua faccia. Chiese aiuto alla zia, che non sapeva a quale santo votarsi: ma guarda la pretesa! voleva che lei gliela cavasse: “Tirala, senza paura!”. Clelia nell’agitazione gli piantò le dita e di conseguenza le unghie sotto le mascelle, dove trovava un appiglio. Vittorio si lamentava, e teneva duro, ma senza nessun risultato. Si faceva tardi, un problema. Vittorio uscì precipitosamente senza neppure annodarsi la cravatta.

A casa Clelia lo aspettò di ritorno, alzata, inquieta. Tardava il capitano, forse le sue cose gli erano andate male, e sta a vedere che se la prendeva con lei. Ma perché anche lui in bagno non si era guardato allo specchio? Magari cambiarsi color di pelle, con qualche impacco caldo, qualche frizione. Vittorio non aveva una carnagione colorita e ravvivarla sarebbe stata già una soluzione.

Ma adesso? Clelia occupava una stanzetta in una specie di altana, dalla quale si distingueva un bel pezzo di strada. Così rimase sveglia a guardare in giù, fin che non si addormentò sotto la finestrella.
La mattina lui le riferì che l’incontro era stato un successo.

“Tu mi credi, vero?... un colpo di fortuna! Avevo un ottimo aspetto e mi trovavano ringiovanito. Merito anche del look, e merito tuo… Ti porterò a Capri. Sei mai stata a Capri?”

“I capri?... Il pastore che passa di qui fa i formaggi. Ma bisogna stare attenti, mio fratello si era preso le maltesi”.

“Capri è un posto per ricchi, uno dei più belli del mondo”.

Diceva sul serio? Clelia pensò che avesse bevuto. Ai ricevimenti della gente che conta, si beve per darsi della eccetera... Mentre calzava gli stivali, Vittorio le parlò della gente che conta. Pretende complicità e lui si preparava ogni volta con un aspetto idoneo.

Si truccava il padrone, le parve di capire la zia. Vittorio non fu subito esplicito, si vedeva che ci teneva a mantenere un segreto.
Clelia non lo interrogava, però i suoi sguardi non tacevano e le dispiaceva che l’ultima volta non avesse avuto il tempo per il maquillage. Vittorio sorrise:

“Non è un maquillage, è una maschera, ne tengo addosso diverse una sull’altra, incollate come in un tramezzino. L’ultima non è venuta via, lo sai”.

“Una maschera?”

“Ti dico, una sull’altra. La gente che conta gli toglierebbe la fiducia a uno che non si maschera… Adesso però io non mi maschero più, ne ho fin troppe di queste”.

Ma era ammattito il caro padrone? Così lui portava una maschera?... Ma ecco perché, quando l’aveva preso per la faccia, sentiva che le dita… Provò quasi terrore.

Nel suo piccolo, rifletté: “No, Vittorio, tu non smetterai mai di giocare alle maschere. Un gioco per chi ha tempo e soldi, tra chi ti piace stare…”

Dunque se a lei, mettiamo, a Capri, in confidenza, le veniva di baciarlo, baciava una maschera: e quale? A Capri, in libertà, poteva succedere di prendersi in giro.

Quando il capitano uscì, lei fece lo stesso e non tornò.