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EDITORIALE

La Turchia, l'Europa e l'arma demografica

di Francesco Bandini -

22 marzo 2017, 09:52

La Turchia, l'Europa e l'arma demografica

C'è da stupirsi come sia possibile che i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea siano ancora in piedi. Se mai ce ne fosse stato bisogno, i recenti anatemi contro Stati membri dell’Ue da parte del «sultano» Erdogan, per il solo fatto che tali Stati abbiano posto condivisibili e democratici paletti alla propaganda elettorale turca sul loro suolo, hanno reso ancora più evidente una situazione che in realtà era sotto gli occhi di tutti, ma che per convenienza geopolitica molti si rifiutavano di vedere: una nazione retta da un regime di fatto dittatoriale, che nutre un così profondo rancore verso la civiltà democratica occidentale, e dove per di più si sta seriamente valutando di reintrodurre la pena di morte, non può aspirare a entrare nell’Europa dei diritti, delle libertà e della tolleranza.
L’odio turco verso l’Europa è ora venuto fuori in tutta la sua scomposta irruenza. Proprio qualche giorno fa Erdogan se n’è uscito con questa frase: «Faccio un appello ai miei fratelli in Europa: non fate tre figli, ma cinque, perché voi siete il futuro dell’Europa». Una frase che fa il paio con quella del suo ministro degli esteri Cavusoglu: «In Europa presto inizieranno delle guerre sante». Una vera e propria arma demografica, evocata con minacciosa arroganza.
Viene in mente quello che diceva la buonanima di Gheddafi, che sarà anche stato un sanguinario ed eccentrico dittatore, ma che se non altro non aveva peli sulla lingua e soprattutto nulla da perdere: «Voi [i musulmani] siete una minoranza in Europa. Con la volontà di Allah, un giorno diventerete una maggioranza. Fortunatamente i musulmani si moltiplicano e il loro numero cresce molto più rapidamente di quello delle altre religioni. Attenderemo il giorno in cui la Turchia aderirà all’Ue, in modo che entri a far parte della storia come un cavallo di Troia».
Farneticazioni di un pazzo? A giudicare dalle dichiarazioni di Erdogan e compari, non sembrerebbe. E guai a giustificare i toni minacciosi dei turchi con gli inevitabili eccessi di una campagna elettorale (quella del referendum per trasformare la Turchia in repubblica presidenziale, ovvero nel personale sultanato di Erdogan), perché sono in realtà il comune sentire di tanta parte di quel popolo e, più in generale, di altre nazioni musulmane, che se da una parte invidiano il benessere occidentale e vi ambiscono, dall’altra disprezzano lo stile di vita e l’ordine democratico che tale benessere hanno determinato.
Dunque, Turchia cavallo di Troia? In realtà, non sarebbe nemmeno una definizione adeguata alle circostanze, visto che, a differenza degli sprovveduti troiani che si lasciarono ingannare dagli astuti greci, l’Europa sa perfettamente chi si porterebbe in casa. Fantapolitica? Può darsi, anche se nel dubbio sarebbe meglio stare in guardia. Ma ammesso che sia solo fantapolitica, allora perché non immaginare anche un altro scenario fantasioso (ma non illogico)? Far entrare Israele in Europa. È una nazione fatta in gran parte di europei scampati all’Olocausto, che culturalmente ha molto più in comune con noi che non gli eredi degli ottomani. Senza contare il piccolo dettaglio che è l’unica democrazia oggi presente in Medio oriente. Certo, poi chi li sente i Paesi arabi? Sì, non sarebbe una scelta comoda, ma di sicuro non sarebbe un cavallo di Troia.

fbandini@gazzettadiparma.net