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EDITORIALE

Perché la Russia è nel mirino dei terroristi

di Paolo Ferrandi -

04 aprile 2017, 20:22

Perché la Russia è nel mirino dei terroristi

Ancora una volta è stata colpita la metropolitana, uno dei simboli di quello che era il potere sovietico. Questa volta, però, l'attentato, e che di attentato si tratti ormai non esistono dubbi, è stato compiuto a San Pietroburgo e non a Mosca come era successo il 29 marzo del 2010, sette anni fa, quando due donne kamikaze si erano fatte esplodere uccidendo 40 persone. Qualche anno prima - il 6 febbraio 2004 - un altro attentato nella metropolitana di Mosca fece 41 vittime.

Quello del 2010 non è stato l'ultimo attentato nel cuore del territorio russo perché - lasciando da parte la zona del Caucaso, periferia dell'impero dove si combatte da anni, anzi da secoli, una guerra a bassa intensità tra la Russia e gli integralisti e nazionalisti ceceni - bisogna ricordare almeno l'attentato suicida all'aeroporto di Mosca-Domededovo che fece 27 morti il 24 gennaio 2011 e l'aereo russo esploso il 31 ottobre 2015 sul Sinai, probabilmente a causa di un ordigno scoppiato in volo: le vittime furono 224.

Come si vede una lunghissima scia di sangue che dimostra la durezza del conflitto che oppone la Russia all'integralismo islamico nelle due varianti, quella autoctona di marca cecena e quella esterna, cioè quella ora egemonizzata dall'Isis e prima da Al Qaida. Sempre che abbia senso questo tipo di distinzione tenendo conto che una parte non piccola dei «foreign fighter» che ingrossano le file dell'Isis in Iraq e in Siria provengono dalle repubbliche ex-sovietiche a maggioranza musulmana.

L'attentato di San Pietroburgo sembra meno professionale come fattura: secondo i primi rilievi è stato usato un esplosivo artigianale arricchito di chiodi e pezzi di metallo per fare più vittime. Nulla di comparabile a quello ad alto potenziale usato nei precedenti attentati, ma anche piuttosto in linea con le «ricette» per la preparazione delle bombe diffuse dall'Isis. E, anche non tenendo conto della foto del presunto attentatore - pelle olivastra e lunga barba nera - che sembra una caricatura dell'integralista islamico, è probabile che la matrice della carneficina sia da ricercare in ambienti jihadisti.

Infatti il conflitto tra la Russia e l'integralismo musulmano non è meno profondo di quello che oppone i jihadisti ai paesi occidentali e ha importanti motivazioni geopolitiche. Sostanzialmente risale alla politica zarista: è lì che nasce il conflitto ceceno e più in generale l'instabilità del Caucaso. La Russia, infatti, ha sempre giocato un ruolo importante nell'oriente musulmano: il «grande gioco» raccontato da Rudyard Kipling, per esempio, era tra agenti più o meno segreti di Londra e di Mosca che si contendevano l'egemonia nei territorio dell'Afghanistan e del Pakistan attuale. Ora come ora la Russia è forse il Paese più esposto nella lotta contro l'Isis in Siria e, oltretutto, è forse l'alleato più solido dell'Iran, cioè dell'arcinemico integralista sciita degli integralisti sunniti dell'Isis e di Al Qaeda. Quest'ultima alleanza è anche quella che rende difficile la collaborazione tra Russia e paesi occidentali in funzione antiterroristica. Infatti gli Stati Uniti hanno un'alleanza molto forte con le monarchie sunnite del Golfo Persico e considerano l'Iran un nemico storico. In questa contraddizione i jihadisti prosperano.

pferrandi@gazzettadiparma.net