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Formidabili quegli scoop

di Federica Beretta -

05 aprile 2017, 19:49

Formidabili quegli scoop

Una silhouette femminile mozzafiato, cocktails e acqua cristallina di una piscina ai tropici. La copertina dell’ultimo romanzo di Enrico Franceschini «Scoop» sembra custodire tutto tranne che un romanzo sul giornalismo. A confermare la sua attinenza con la carta stampata è invece l’autore stesso, storico corrispondente estero di La Repubblica da New York, Washington, Mosca, Gerusalemme ed attualmente da Londra. Nella capitale inglese Franceschini si è estraniato per poche ore dalla Brexit e dai suoi terribili tormenti per approfondire le tematiche del suo ultimo libro edito da Feltrinelli (pp.208, euro 16).

Com’è nato questo romanzo?

Avevo venticinque anni e facevo il freelance a New York quando un’agenzia per cui collaboravo mi inviò per due mesi in Centro America nei primi anni ottanta, in paesi lacerati da rivoluzioni, dittatori e colpi di stato. In quel periodo conobbi i grandi inviati dei giornali italiani e ne rimasi profondamente affascinato. E’ da questa esperienza che ho tratto ispirazione per il mio ultimo libro.

Perché lo ha intitolato Scoop?

E’ un omaggio al miglior romanzo mai scritto sul giornalismo: «Scoop» di Evelyn Waugh, tradotto in italiano con il titolo di «L’inviato speciale», che narra la storia di un gruppo di corrispondenti inglesi nella guerra d’Abissinia negli anni trenta. Leggendolo mi resi conto che i giornalisti anglosassoni di quel periodo erano piuttosto simili ai loro corrispettivi italiani degli anni ottanta: stesse virtù, ma soprattutto stessi vizi.

Chi è Andrea Muratori?

La storia è raccontata attraverso gli occhi di Andrea Muratori, aspirante giornalista spedito per un equivoco in una repubblica del Centro America dove incontra i leggendari inviati speciali, che lui immagina simili ad agenti segreti, playboy ed avventurieri. Giunto sul punto la realtà è ben diversa: i veterani del mestiere inventano notizie e sono impegnati a gonfiare le note spese dal bordo piscina di un lussuoso hotel. Andrea viene iniziato dagli esperti furfanti alla professione dell’inviato speciale: fumo, alcool e donne per cominciare. Solo quando la situazione politica del paese precipita e la commedia a cui partecipa diventa un dramma, il protagonista si rende conto che queste figure mitiche, con tutte le loro debolezze e difetti, stanno mettendo a repentaglio le loro vite. Ed è così che intravede in loro qualcosa di eroico.

Come è cambiato il giornalismo nell’era digitale?

Gli inviati speciali che popolano il mio libro, audaci e simpatiche canaglie, sono una razza in via di estinzione. Nel bene e nel male. Con gli strumenti di cui disponiamo oggi, per fortuna, sarebbe impossibile raccontare una guerra da bordo piscina o inventare ex novo un’intervista al capo dei ribelli come accade tra le pagine di «Scoop». D’altro canto, nell’era digitale il giornalismo rischia di diventare un mestiere impiegatizio, soprattutto quando si trascura la sua componente ludica. Il sano divertimento, la verve e l’adrenalina rimangono essenziali in questa professione anche nell’epoca degli smartphone. Un giornalismo fattuale, preciso e concreto è auspicabile, ma senza mai prenderci troppo sul serio come categoria. In fin dei conti «il giornalismo - come ha sentenziato il leggendario direttore del New Yorker David Remnick - è il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso». Dopotutto la procace silhouette, i cocktails e l’acqua corallina della copertina non ingannano, «Scoop» è un’avvincente esplorazione dei retroscena del giornalismo analogico svolto dalle repubbliche delle banane, è la storia di una passione travolgente per la donna di malaffare Isabel ed è il rito di iniziazione del pivello Andrea Muratori al mestiere dell’inviato speciale. Il tutto condito dalla pungente ironia di un autore che si è barcamenato in questo circo umano per più di trent’anni.