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Silvia Avallone: Questione di figli

Un romanzo che è insieme corale e individuale. Storie intrecciate intorno al tema della maternità

di Mara Pedrabissi -

23 aprile 2017, 12:40

Silvia Avallone: Questione di figli

Silvia Avallone è tornata con la potenza d'«Acciaio» con cui ci aveva impressionato agli esordi, per ripartire, a 34 anni, dopo la nascita della figlia Nilde, «Da dove la vita è perfetta» (Rizzoli, 376 pagine, 19 euro). Un grandioso dipinto, un Quarto Stato di parole e lettere, che racconta coralmente e, insieme, individualmente un'umanità in cui le ragioni degli uni nascono dai torti degli altri ma dove nessuno è indenne, comunque, dalla colpa.

L'embrione della maternità
Storie di vite che si intrecciano, a volte solo si sfiorano, gravitando intorno a un unico embrione, quello della maternità, tra chi un figlio lo vuole e non può averlo, chi non lo vuole e gli capita, chi ce l'ha ed è come se non ce l'avesse. La Toscana di «Acciaio» (2010, premio Campiello Opera Prima, da cui è stato tratto anche un film) e la provincia biellese di «Marina Bellezza» (2013) qui cedono il passo a Bologna, città dove la Avallone si è trasferita ormai da qualche anno. Una Bologna un po' reale e un po' immaginaria, in cui le vie del centro sono appannaggio dei ricchi mentre il Villaggio Labriola, frutto di fantasia, incarna la geografia dell'esclusione. Chi sono i protagonisti? Ci sono Dora e Fabio, giovane coppia apparentemente perfetta, lei insegnante appassionata, lui architetto rampante. Eppure... A lei manca una gamba, lui il suo «deficit» se lo porta dentro. Ma l'assenza più «dolorosa presenza» è quella di un figlio naturale, in un crescente rovello di pensieri, finché l'impotenza «generandi» diventa impotenza «vivendi».

La creatura
Dall'altra parte della città vive una diciassettenne di nome Adele, che tira a campare con la sorellina Jessica e la madre. Adele ha in grembo una creatura, arrivata per caso, per sfida o per immaturità, da Manuel, bulletto che si perde nella ricerca di un riscatto sociale, anche solo placcato d'oro. Così accanto a Adele resta Zeno, uno che si sente vinto ancor prima di iniziare la partita (nel nome, l'imprinting del personaggio di Italo Svevo). La prosa di Silvia Avallone è ricca, facile, fluida, capace di sagomare i personaggi in 3D, come già pronti per una resa cinematografica. La struttura narrativa ha un respiro ampio, omaggio al romanzo russo di cui l'autrice è da sempre innamorata, mescolandosi con la tecnica del flashback: si comincia dalla fine - o quasi - per poi tornare a nove mesi prima. La Avallone si muove con scioltezza nella costruzione del racconto e gioca anche, come in un'illusione di specchi, col «metaromanzo» a cui sta lavorando Zeno, regalando spicchi autobiografici nella ricerca del dettaglio, nella scelta del vocabolo.

La forza degli ideali
Quel che filtra dell'autrice è la passionaria visione del mondo, sostenuta dalla forza degli ideali. E' forse per questo che la sua gioventù bruciata non è mai bruciata fino in fondo; gli adulti sono i veri «losers», perdenti (la «boss» Maria Elena, i padri sbagliati di Manuel e di Adele). Solo Marilisa, l'ostetrica che dà la vita, sembra salvarsi, come sospesa in un altro limbo. Un romanzo, ancora una volta generazionale, che si legge tutto d'un fiato e in cui, nonostante qualche veniale forzatura narrativa, alla fine tutto mirabilmente si tiene. Come, certe volte, nella vita.

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