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EDITORIALE

Alitalia, un tormentone durato anche troppo

di Aldo Tagliaferro -

27 aprile 2017, 19:00

Alitalia, un tormentone durato anche troppo

Viaggio con Alitalia da molti anni. Troppi, probabilmente. Perché questa storia che riassume praticamente tutti i vizi del Belpaese andava chiusa molto tempo prima. Siamo verosimilmente ai titoli di coda dopo il «no» dei lavoratori all'ennesimo piano di risanamento concordato da azionisti, banche, governo e sindacati. Quante puntate sono andate in onda nel corso degli decenni? Quanti miliardi hanno tirato fuori dalle tasche i contribuenti per tenere insieme un baraccone incapace di decollare sia nella prima repubblica delle assunzioni a pioggia che ai tempi dei "capitani coraggiosi"? Tanti: 7,4 miliardi di euro calcola Mediobanca fra il 1974 e il 2014.
Per questo (in attesa di capire se il commissariamento porterà a una svendita, al fallimento o a uno “spezzatino”) attribuire il disastro al solo voto dei lavoratori sarebbe fuorviante. I dipendenti Alitalia sono tutt'altro che esenti da colpe - chi viaggia spesso lo vede con i propri occhi - ma la vera sciagura non sta nel «no» a un accordo di dubbia efficacia quanto nella segreta convinzione che tanto alla fine Pantalone paga e la compagnia di (presunta) bandiera sia troppo importante per essere abbandonata perfino ora che è privata. La nazionalizzazione - si è affrettato per fortuna a dire il Governo - non è praticabile ma in clima pre-elettorale Alitalia è un cavallo troppo facile da cavalcare e infatti Renzi (secondo i rumors dell'ultima ora) e M5S (secondo la collaudata vis polemica) si stanno già agitando, pur da prospettive opposte. I lavoratori sanno anche di poter contare su un paracadute di ammortizzatori sociali piuttosto generoso per il settore aereo e sommano quindi le loro colpe alle nefandezze della politica. Che non sono poche. In sintesi: dapprima Alitalia fu considerata un serbatoio di clientele e voti, gestito con la folle logica dell'allegro statalismo da manager strapagati, in seguito è stata la palestra nella quale Berlusconi mostrò i muscoli dell'italianità sacrificando l'ipotesi Air France (che aveva una sua logica industriale) a favore dei famigerati “capitani coraggiosi” che in realtà hanno preteso più tagli di quante fosse disposta a digerirne Parigi.
Comunque ecco un'altra categoria sul banco degli imputati: gli imprenditori chiamati a cordate improbabili (ricordate Telecom?) incapaci di leggere la rivoluzione in corso nei cieli a colpi di low cost tanto da ritrovarsi senza un quattrino tre anni fa. E allora avanti il prossimo (imputato): Etihad, che ha cambiato le divise delle hostess ma ha compiuto una scelta industriale suicida, quella di puntare sul medio raggio - presidiato da Ryanair & company - rinunciando ai settori davvero remunerativi, cargo e lungo raggio, proponendo al massimo di sfruttare Abu Dhabi come scalo ben poco attrattivo per il Far East. Al punto che avere un costo del personale più basso di quello di Lufthansa e di Ryanair non è servito ad arginare la caduta.
Non è finita, ci sono anche le banche. Quando fa comodo sono considerate «di sistema», così Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno messo a bilancio perdite ingenti per far volare Alitalia. Avevano finalmente detto “no” al penultimo piano, salvo poi farsi convincere da esecutivo e sindacati a immettere nuova liquidità. Già, non ne escono bene nemmeno i sindacati, sconfessati dalla base e già pronti a chiedere con la Camusso l'ingresso del Tesoro attraverso Cdp.
Insomma, nessuno fa una gran figura. E forse è arrivato davvero il momento di dire basta perché non serve a tutti i costi una compagnia "di bandiera", ma un'azienda di trasporti moderna ed efficiente. E da quel che si è visto, non ce la meritiamo.