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Bullismo

La vittima di una bulla: «Non voglio più andare a scuola»

28 aprile 2017, 07:02

La vittima di una bulla: «Non voglio più andare a scuola»

Chiara Pozzati

«Mi sento come in caduta libera. Sotto di me vedo solo l’abisso. Tutti i giorni mi ripete: “tu rimarrai da sola”, “sei sbagliata”. E ancora: “Oggi ho voglia di picchiare qualcuno”. Mi prende di mira per qualsiasi cosa, anche se non faccio nulla. Ora non voglio più andare a scuola, non sono più uscita con le amiche, non riesco più a studiare, a dormire». Ti rovescia gli ultimi cinque mesi di calvario, che l’hanno macerata dentro. Vanessa, la chiamiamo così per proteggere la freschezza dei suoi 14 anni, è vittima di una compagna di scuola. Una bulletta di origini straniere, di poco più grande, che tortura i suoi giorni e le sue notti.

L’ultimo episodio risale ad alcuni giorni fa, quando Vanessa, esasperata dalle continue vessazioni, non ha resistito più di dieci minuti in quelle aule che dovrebbero essere amiche.

«E’ entrata a scuola alle otto, alle otto e dieci mi ha mandato un messaggio supplicandomi di venirla a prendere». A parlare questa volta è Cinzia, la madre della 14enne, che si dice scioccata soprattutto «dall’indifferenza della scuola. Per questo, per proteggere mia figlia, ho presentato un esposto al questore». Teatro dell’ennesima storia di bullismo in salsa parmigiana è un istituto superiore cittadino, che Vanessa aveva scelto fin dall’inizio.

«Era entusiasta del programma, dei professori, della classe. Oggi è irriconoscibile, la sua voglia di fare è scemata» racconta ancora la madre di fronte a un caffè ormai freddo. Tutto è iniziato a novembre, «all’inizio non riuscivo neppure bene a capire perché fosse così aggressiva e pesante nei miei confronti» spiega la 14enne con un fil di voce.

Capitava ogni volta che era fissato un compito in classe: «Questa compagna mi chiamava insistentemente ogni minuto. Voleva che le suggerissi le risposte, mi chiedeva addirittura di passarle il foglio. Stessa storia con penne, gomme, quaderni: voleva in prestito qualsiasi cosa ma di fatto non ha mai restituito nulla».

La situazione è precipitata quando la 14enne si è ribellata, chiedendo di essere lasciata in pace. A quel punto sono cominciate le frasi velenose. Parole cattive, parte della micidiale, sistematica demolizione dell’autostima altrui. «Continuamente mi ripete che rimarrò sola, senza amici. Che la classe è tutta contro di me. Alla mattina entra in aula, lancia lo zaino e mi urla: “Oggi ho voglia di picchiare qualcuno”».

Cinque mesi di vessazioni, di insulti semplici nella loro volgarità adolescenziale, come quelli che si leggono sui muri dei bagni delle stazioni. Di frasi crudeli come solo i ragazzini riescono a formulare. Parole che pesano come macigni giorno dopo giorno. Per parecchio tempo Vanessa si è chiusa in quella prigione di sofferenza e frustrazione. Covando nel silenzio il suo malessere. «All’inizio non mi ha detto nulla – torna a parlare la madre -. Mi sono accorta che qualcosa non andava dai suoi sbalzi d’umore, da quei pianti che scoppiavano improvvisi. Mia figlia era diventata irriconoscibile anche coi suoi fratelli».

Così, con tutta la cautela di una mamma, Cinzia è riuscita ad abbattere il muro di silenzio della figlia. «Sono rimasta sconvolta e, quel che è peggio, impotente. Non sapevo come difendere mia figlia, per questo ho fatto diversi colloqui con gli insegnanti e la dirigenza della scuola. Quello che più mi lascia amareggiata è l’assoluta indifferenza mostrata. Nessuno ha fatto nulla. Ecco perché ho deciso di rivolgermi alle forze dell’ordine e presentare un esposto al questore. Non è giusto che l’età della spensieratezza venga violata dalla prepotenza. Ma trovo imperdonabile che gli adulti si voltino dall’altra parte, fingendo che sia solo un problema fra ragazzini».

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