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Nba, un nuovo addio: il ritiro di Paul Pierce

Dopo 19 anni di carriera NBA, l'addio del grande talento che ha vestito la casacca dei Celtics e solo a fine carriera quelle dei Nets, Wizards e Clippers.

02 maggio 2017, 18:20

Nba, un nuovo addio: il ritiro di Paul Pierce
Non c’è stato il lieto fine al termine di una carriera gloriosa. Quasi come se il destino di Paul Pierce e quello di Doc Rivers siano immancabilmente legati, come da quei fili rossi sottili che solcano le nostre esperienze più profonde. Paul Pierce non è il giocatore che ha voluto lasciare lettere, ricordi, o grandi proclami, è stato l’essenziale al servizio del talento, un capitano, un leader, The truth.

È il 13 marzo 2001, il #34 dei Celtics segna 42 punti tirando 13/19 dal campo ma Boston esce dal campo sconfitta contro i Los Angeles Lakers 112-107. Shaquille O’Neal prende da parte un giornalista del Boston Herald e gli indica di scrivere, senza omettere nulla: “My name is Shaquille O'Neal and Paul Pierce is the motherfucking truth. Quote me on that and don't take nothing out. I knew he could play, but I didn't know he could play like this. Paul Pierce is The Truth”. Potrebbe bastare questo a raccaontarlo, ma non gli si renderebbe giustizia.

Non si disputano 15 stagioni in maglia Boston Celtics per caso, con più di 1000 partite a referto, tra i top three all time in biancoverde, soltanto perché si ha talento: Paul Pierce ha rappresentato il punto fermo di una squadra che nel corso degli anni ha avuto prima bisogno di lui per risorgere dalle ceneri, e che poi ha saputo condividere il trono con altri campioni senza invidie per poter vincere insieme.

Ecco come possono essere appieno riassunti i suoi anni: i primi post l’uscita da Kansas in cui il suo talento balistico, ma anche e soprattutto il suo approccio difensivo erano la chiave motrice di un gioco che lo doveva mettere al centro dei Celtics. La sua intelligenza tattica, nonché la capacità di prendere tiri pesanti quando la palla pesa sono stati il contrappunto di una carriera fatta di tanti step, ultimo dei quali può essere quella finale vinta da mvp contro i Lakers, combattendo contro un infortunio che lo aveva quasi fatto fuori in gara 1 e che invece lo consacrerà campione qualche settimana dopo allo Staples Center, quella che nei suoi sogni era la sua casa.

Già, perché Pierce è un Californiano che ha visto dagli spalti gli anni migliori dei Lakers, e che è finito a giocare gli ultimi sprazzi della sua carriera nei Clippers, ancora con Doc Rivers, ancora una volta senza mezze misure un uomo importante dello spogliatoio, ma stavolta con un ruolo diverso. Sarebbe ingiusto parlare di lui come di un gregario. Un gregario è quello che sceglie, per il bene della franchigia biancoverde per cui sanguina, di essere ceduto assieme a Garnett, il compagno di mille battaglie già dai tempi del McDonald All Star delle High School, e assieme a Terry a Brooklyn per garantire un futuro che oggi è radioso ai Celtics, che ne stanno beneficiando con gli interessi e ne avranno a rendere con una scelta altissima al prossimo draft, quella dei Nets.

Dalle Radio di Boston Wyc Grousbeck, co-owner della franchigia parla di una cerimonia per il ritiro della sua #34, un gesto doveroso e forse scontato, che forse lo farà piangere e commuovere ancora, come nell’ultimo atto al TD Garden qualche mese fa. Eppure, la sua carriera termina senza un lieto fine di quelli che solo i film hollywoodiani sanno regalare, in una squadra in cui lui non può imprimere la sua leadership, in cui sì dalla panchina può portare qualche jumper, qualche buona difesa, ma dove sembra sempre che manchi qualcosa, che neanche lui e Doc Rivers hanno saputo dire.

Lascia il basket dopo 19 anni di carriera in Nba in cui ha dato tutto su quel parquet, con un anello al dito, un titolo di mvp delle finali, un vincitore della gara da tre punti, secondo Celtics dopo Bird a riuscirci, con più di 20.000 punti realizzati con Boston (nella top three con Bird e Havlicek) e 10 convocazioni All Star. È stato un leader, il capitano di mille battaglie, quello che avresti voluto al tuo fianco in trincea, ma ancor di più, e da un lato la laurea (non banale) in criminologia e dall’altro le parole di Shaq non mentono, egli è stato The Truth, la verità, sul campo e fuori.    

In collaborazione con basketissimo.com

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