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EDITORIALE

Piccola grande storia di un uomo in fuga

di Michele Brambilla -

07 maggio 2017, 16:36

Piccola grande storia di un uomo in fuga

Di tutte le notizie della settimana, ne vogliamo commentare una che non ha certo meritato le prime pagine dei giornali: non ovviamente di quelli nazionali, ma neppure del nostro, pur essendo una storia che si è consumata qui in provincia, fra Roccabianca, Diolo e Parma. Una piccola storia degna solo di qualche riga a pagina 23: eppure, una piccola storia che avrebbe potuto essere un romanzo di Simenon, o un racconto di Pirandello. Una piccola storia nella quale credo ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di se stesso.
Il protagonista è un uomo di cinquant'anni che un venerdì mattina scompare da un distributore di benzina della Bassa per riapparire un giorno e mezzo dopo, la notte di sabato, al pronto soccorso dell'ospedale del capoluogo. Non malato, non ferito, ma semplicemente svuotato dopo aver camminato per decine e decine di chilometri, senza meta. «Mi è scattato qualcosa dentro, ero stanco - ha raccontato alla cronista della Gazzetta Simona Valesi quando è finalmente tornato a casa -. Ero preso da tanti pensieri, preoccupato per il lavoro. Quando vedi tutto nero non capisci più cosa stai facendo. E io non reggevo più tutto questo. Allora così, senza pensarci, sono andato lontano a piedi per sfogarmi e restare da solo».
Credo che in queste parole ciascuno di noi possa rivivere una tentazione, un desiderio, direi quasi un bisogno. Viviamo spesso (sempre?) presi da mille cose da fare, da preoccupazioni, da impegni segnati in agenda. La quasi totalità di questi pensieri riguarda il nostro rapporto con gli altri: i familiari innanzitutto, poi gli amici, i colleghi, le persone con cui abbiamo a che fare per lavoro. Certo era solo una provocazione quella di Jean-Paul Sartre, il quale diceva che «l'inferno sono gli altri»; ma è innegabile che a volte ci prenda il desiderio (ma ripeto: pure il bisogno, l'esigenza) di «restare soli», appunto; e la necessità di camminare e camminare fino allo sfinimento, ma senza una meta, perché la nostra esistenza sta diventando, per come ci siamo ridotti a vivere, un'ossessione di mete, di obiettivi da raggiungere. Forse, il nostro mondo occidentale contemporaneo dovrebbe farsi qualche domanda su quale possa essere davvero una meta che valga la fatica di un cammino.
E tuttavia il fuggitivo della Bassa ci lascia pure un secondo, grande insegnamento. Sempre al ritorno a casa, ha spiegato: «Solamente dopo mi sono reso conto di quello che avevo fatto, di quanto tutti si sono preoccupati per me e ringrazio tutti di cuore per avermi aiutato». Sparire non si può, perché «gli altri» ci possono preoccupare ma non sono l'inferno: sono la nostra stessa ragione di vita. Nessuno è nato per bastare a se stesso. In uno dei più famosi film della storia del cinema americano, «La vita è meravigliosa» di Frank Capra del 1946, un angelo salva dal suicidio George Bailey (il protagonista, interpretato da James Stewart). Bailey dice che avrebbe preferito non essere mai nato e allora Clarence, l'angelo, gli mostra tutte le cose buone che ha fatto nella vita, e come sarebbe stato il suo paese («gli altri») senza di lui, senza tutte quelle cose buone. «Strano, vero? - dice l'angelo - La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest'uomo non esiste, lascia un vuoto». Ecco perché anche questa piccola storia del nostro Mondo piccolo può avere un significato universale.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it