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Sanità

"Meningite? Troppo allarme. I casi non sono aumentati"

10 maggio 2017, 07:01

Gabriele Grasselli

Le solite bolle mediatiche? La consueta psicosi da virus? Allarmi esagerati provocati da casi ravvicinati? Può essere. Fatto sta che la meningite è tornata alla ribalta. Ma è a fuoco o no la percezione di recrudescenza inattesa? La gente è preoccupata: lo sono anche gli esperti? E poi come mai tutti questi casi in Toscana? Il 34enne parmigiano - ora sta molto meglio - risultato positivo alla meningococcica ricoverato d'urgenza al Maggiore il 2 maggio era rientrato poche ore prima da una vacanza a Marina di Pietrasanta, Versilia, Toscana. «No, di recrudescenza non possiamo assolutamente parlare», spiega Carlo Calzetti, medico dell'Unità operativa Malattie infettive del Maggiore. «A Parma ma anche in tutta l'Emilia Romagna, per esempio, il numero dei casi riscontrati è sovrapponibile a quello degli altri anni. Anzi, forse la cifra è addirittura inferiore».

E questo vale in tutto il Paese. Toscana a parte, però.

«Toscana a parte sì: lì l'incremento è oggettivo».

Come mai?

«Beh, nemmeno gli epidemiologi hanno ancora capito cosa stia succedendo di preciso. Fra l'altro si può parlare di casi riscontrati a macchia di leopardo. Non esiste, pare, un nesso tra un episodio e l'altro, non c'è nemmeno una consecutività territoriale, le province interessate sono tutte diverse. In effetti è una questione tutta da analizzare».

Si avvicina l'estate. C'è qualcosa da temere se si decide di raggiungere le spiagge toscane?

«Direi proprio di no. La meningite si trasmette soprattutto in luoghi confinati, chiusi. Il mare, il litorale, dunque, sono l'opposto. Perciò nessuna preoccupazione né per la Versilia, né per la Maremma. Certo con le malattie infettive dobbiamo convivere, è sempre stato così del resto, ma non siamo sicuramente al punto di dover dire che ci sono alcune zone dell'Italia da evitare».

Nessuna emergenza, quindi. I dati sono stabili: in Italia i casi sono circa un migliaio l'anno, con un indice di mortalità pari al 10 per cento. Come ribadito da Calzetti, è una malattia infettiva «con la quale bisogna convivere». Nell'eventualità, però, meglio riconoscere subito i sintomi. Febbre alta, mal di testa intenso. «E questi - continua lo specialista - sono sono i sintomi aspecifici, cioè possono essere gli stessi per diverse malattie infettive. Per parlare di meningite devono subentrare il cosiddetto “rigor nucalis” cioè una certa rigidità del collo, la difficoltà di piegarlo in avanti, e una vera e propria ondata di macchie sulla pelle. Il medico valuta la situazione. Per esempio, nel caso del paziente parmigiano non si era in presenza di un franco “rigor nuclais”, ma viste febbre alta e cefalea, si è proceduto alla rachicentesi, un esame che serve a verificare l'infiammazione del liquor cerebrospinale. E' questo l'esame che consente una diagnosi precisa. Sì, esiste una percentuale di evoluzione negativa e di mortalità, purtroppo, ma oggi siamo allo stesso punto di dieci anni fa, stiamo vedendo le stesse cose di dieci anni fa».

Altro fattore tranquillizzante: la vaccinazione. «I bambini vengono vaccinati e c'è il richiamo ai 15 anni. Fra l'altro il caso del 34enne parmigiano rientrava già nel ceppo coperto dal vaccino quadrivalente che si utilizzava prima dell'arrivo di un tipo di vaccinazione più recente. La buona politica vaccinale, insomma, basterà a limitare un'epidemiologia già stabilizzata da decenni».

Vaccino sì e sempre, dunque.

«Ah ma su questo, polemiche o meno, sono drastico: chi dice no al vaccino è solo un ignorante».

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