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Scandalo

Sullo yacht di Fanelli farmaci e un defibrillatore presi dal reparto

10 maggio 2017, 07:02

Sullo yacht di Fanelli farmaci e un defibrillatore presi dal reparto

Luca Pelagatti

Pensava proprio a tutto. Per la sua vacanza in barca, sulle spiagge della Corsica, si era premurato di avere a bordo la dotazione di sicurezza completa: e quindi ecco i farmaci salvavita e un defibrillatore, borse per il ghiaccio e medicine di uso comune. Persino il protettore gastrico per le serate di bisboccia e gli antinfiammatori.

Peccato che fossero tutti farmaci ed apparecchi di proprietà dell'ospedale e che a passarglieli, s'intende sotto banco, sia stato Matteo Manici, un infermiere in servizio nel secondo reparto di Rianimazione del Maggiore.

Si scrive kit medico, si legge peculato. Si, perché c'è anche questo reato tra quelli che vengono contestati al primario Guido Fanelli. E se questo, certamente, non è il più grave è forse uno di quelli che meglio svelano la sfrontatezza del «sistema» messo in piedi dal dirigente della Seconda Anestesia. Che, secondo quanto racconta dettagliatamente l'ordinanza, usava la struttura medica come cosa propria. Tanto, appunto, da far persino scorta per la vacanza al mare di cortisone e antibiotici, flebo e ghiaccini dagli scaffali del reparto.

La conferma di tutto questo poi arriva dal Nas dei carabinieri, comandati dal capitano Gianfranco di Sario, che per due anni hanno seguito e monitorato Fanelli e gli altri medici e professionisti coinvolti in questa operazione che, giusto per restare alla vacanza tra i flutti, prende il nome di «Pasimafi». Lo stesso della barca con cui il professore si godeva il sole del Tirreno. Mentre le spese per lo yacht le pagavano le aziende farmaceutiche con cui il primario faceva affari.

Un business ben organizzato, come dimostra anche il numero delle persone coinvolte, e che avrebbe anche una data di inizio ben precisa: si deve risalire intorno alle metà di febbraio del 2015 quando venne organizzata una cena in un noto locale della città tra Fanelli e i responsabili della ditta Alteco.

Lo scopo? Semplice e fondamentale: «agganciare quello (ovvero Fanelli) che è il Briatore della sanità. Se agganciamo lui dopo partiamo con quattordici o quindici reparti di Rianimazione perché è un leader nella terapia del dolore».

Un luminare, certo, «addentro al Ministero» ma anche uno con cui si può «ragionare». Durante la cena infatti si parla di un filtro che si vuole fare adottare dal reparto - anche se non ci sono tracce di sperimentazione clinica - e si discute del prezzo per questo accordo: «il medico riceverà la strumentazione tecnica per la lo yacht Pasimafi in cambio della sperimentazione, con annessa rilevanza scientifica del prodotto dell'Alteco da parte della struttura pubblica in cui opera il primario».

Uno scambio alla pari? Forse. Anche se gli unici a rimetterci sicuramente sono i pazienti che da quel punto in poi verranno sottoposti, inconsapevolmente, a terapie sperimentali mai sottoposte alle opportune verifiche. Mentre pure le pubblicazioni scientifiche, quelle che dovrebbero garantire che un medicamento è stato testato ed è sicuro, si svelano essere poco più di carta straccia.

I carabinieri del Nas, infatti, durante le loro indagini sono arrivati anche ad una piccola casa editrice della nostra città, specializzata nella pubblicazione di documentazione scientifica che è ritenuta in parte complice della gestione di questa storia di mala sanità. Secondo quanto trapelato, infatti, i responsabili della casa editoriale avrebbero pubblicato consapevolmente articoli con contenuti inventati. Come sempre anche qui ci sarebbero stati vantaggi per quasi tutti: gli editori avrebbero avuto in cambio l'acquisto garantito di un certo numero di copie mentre i titolari delle case farmaceutiche avrebbero visto i loro prodotti certificati. «E se serve - è sempre Fanelli a parlare - facciamo una specie di pilot senza comitato etico di valutazione, proprio brutale».

Ci si potrebbe fermare qui. E probabilmente ce ne sarebbe d'avanzo. Ma invece vale la pensa di scorrere tutte le centinaia di pagine dell'ordinanza e ascoltare il racconto di chi ha indagato per arrivare ad un ultimo aspetto della figura del primario, ora ai domiciliari e sottoposto alla procedura di sospensione da parte dell'azienda ospedaliero-universitaria: quello di imprenditore spregiudicato.

Secondo gli investigatori uno degli aspetti più interessanti del comportamento del medico è quello che lui stesso ha compendiato nella capacità di «tenere i piedi in quattro o cinque scarpe».

«Se carpiva i segreti di una casa farmaceutica era in grado, nel giro di pochissimo tempo, di utilizzare queste informazioni per ottenerne un vantaggio o favorire un altro interlocutore - spiega uno degli inquirenti. - Quello che sapeva poteva quindi finire in una pubblicazione per favorire gli uni o gli altri a seconda dei casi». In ballo, è ovvio c'erano soldi, tanti soldi. In gioco la salute dei pazienti. Ma come si legge in un'altra intercettazione «possiamo fare quello che vogliamo». Lui lo ripeteva con fierezza. A noi, da potenziali malati, vengono i brividi solo a pensarlo.

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