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Del Freo: «Le mie foto? Sono storie»

Un narratore per immagini di casa in ogni angolo del pianeta: il grande reporter ha incantato il pubblico del circolo Grandangolo

di Andrea Del Bue -

11 maggio 2017, 22:00

Del Freo: «Le mie foto? Sono storie»

Racchiudere quarantacinque anni di carriera in due ore non è possibile. Regalare spunti, riflessioni e gioia per occhi e spirito sì. Ecco cos’ha fatto Marco Del Freo martedì sera al circolo fotografico «Il Grandangolo», introdotto da Licia Usai e Alessandro Marchi. Presentarlo è difficilissimo: neppure lui saprebbe definirsi.

Nel suo intervento spunta un «fotoreporter», che di fatto non è altro che un punto di partenza: ha iniziato a 15 anni a fare foto, poi è diventato giornalista, infine ha intrapreso le molteplici strade della scoperta. Ha fatto foto, ha scritto libri e articoli, poi è passato al video, nel frattempo ha giocato a football e allenato una squadra di un liceo americano. Milanese, giramondo, oggi vive sulla colline salsesi. Il suo è un monologo, prima di aprirsi allo scambio col pubblico: parla, supportato dalle foto di una carriera intera, esprimendosi in punta di piedi, mai sopra le righe, sempre però profondo, talvolta tagliente, molto competente. E coerente: «Nella foto, come nella vita, mi sono sempre piaciuti i contrasti». Se nelle istantanee la carne di una modella stride con il manichino tutto legno e rigidità, la sua vita va dal reportage in Antartide, in Palestina o nella Kabul liberata, passando per il football americano per arrivare alla più grande fiera del peperoncino al mondo, ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, e ai ragazzi del soft air che giocano a far la guerra sul nostro Appennino. Contrasti forti, ma un comune denominatore: la dignità, quella che Del Freo dà a ogni suo lavoro, dalla guerra vera alla guerra per gioco. Per questo ascoltarlo risulta estremamente piacevole. Come se ogni cosa fosse degna di essere fissata per un momento eterno. Con la sensibilità del grande e il mestiere del saggio: «Io non ho mai usato il flash; io non sopporto il flash», assicura. Il titolo dell’incontro, «Anziché scrivere», l’ha voluto lui: «Significa raccontare momenti, storie, senza il bisogno delle didascalie». Questo il manifesto dei principi; poi c’è quello della tecnica: «Per me è come diceva Cartier-Bresson: “un 50 millimetri è sufficiente”. E come sosteneva Robert Capa: “Se una foto non è venuta bene è perché non eri abbastanza vicino”». C’è il mondo nelle sue foto, vendute a quotidiani, anche i più importanti come il Corriere della Sera, ai periodici italiani (Oggi, Gente, Panorama tra gli altri) e internazionali. In Antartide, un’esperienza speciale: «La temperatura è scesa anche a meno 60 gradi: ho avuto dei seri problemi alla macchia fotografica – racconta -. Lì è tutto spettacolare, per non parlare dei rapporti umani. Ricordo che gli americani fingevano di avere un guasto al loro velivolo per fermarsi alla base italiana, trecento chilometri di distanza dalla loro. Strano: sempre di venerdì, sempre quando si faceva la pizza».