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EDITORIALE

Trump, leadership sempre più debole

di Paolo Ferrandi -

18 maggio 2017, 19:28

L’espressione in russo – naturalmente resa in caratteri latini – è «polezni durak», la traduzione inglese è ««useful fool», la tradizione italiana la conoscete tutti, se siete abbastanza vecchi per aver avuto una pur vaga idea di cos’era la guerra fredda, ed è «utile idiota». Secondo il Dizionario De Mauro «utile idiota» è «chi, anche in buona fede, favorisce una parte politica,  specialmente  i partiti comunisti, contro i propri reali interessi». L’espressione è attribuita a Lenin in persona, anche se nessuno è mai riuscito a trovarla nelle sue opere, e fu usata soprattutto per descrivere la situazione politica italiana con un Partito comunista al tempo stesso dentro il processo democratico, ma ancora aperto allo sbocco rivoluzionario e soprattutto ancora schiavo degli interessi geopolitici dell’Unione Sovietica. Ecco, chi in buonafede abbracciava le cause portate avanti in modo strumentale dal partito era, con una descrizione brutale ma efficace, un «utile idiota».
L’espressione è tornata in auge l’autunno scorso, pochi giorni prima delle presidenziali americane, quando Michael V. Hayden, che è stato direttore della Nsa – l’agenzia degli Stati Uniti che si occupa di spionaggio elettronico – e della Cia, l’ha usata per descrivere il comportamento di Donald Trump. Lunedì sera, dopo lo scoop del Washington Post che ha rivelato come Trump abbia condiviso alcune informazioni considerate segretissime con il ministro degli Esteri russo e il suo ambasciatore a New York, Hayden è tornato alla carica. Per lui il problema non è tanto la volontarietà del comportamento del presidente, ma il fatto che Trump non ha alcuna esperienza di governo e il ruolo che gli è cascato addosso è troppo pesante per le sue fragile spalle, anche tenendo conto del suo carattere molto egocentrico, superbo e imprevedibile. Insomma, secondo Hayden, la leadership traballante di «The Donald» aiuta le ambizioni geopolitiche della Russia.
Se possibile, poi, la situazione si è ancora aggravata martedì sera quando il New York Times ha rivelato l’esistenza di un memoriale, stilato dall’ex direttore dell’Fbi, James Comey, in cui si dà conto delle pressioni del presidente per mettere un freno all’inchiesta federale su Michael Flynn, uno degli artefici della campagna vincente di Trump, poi licenziato per i suoi legami non dichiarati con alcune potenze straniere e per i suoi contatti, anche questi non dichiarati, con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti. Un caso che potrebbe configurare un reato molto grave negli Stati Uniti, cioè quello di «obstruction of justice». Quello di cui fu accusato Nixon per il Watergate, per intenderci.
Ce n’è abbastanza perché i democratici chiedano a gran voce uno «special prosecutor», cioè un procuratore con poteri molto estesi, e perché i repubblicani, che sono in maggioranza, comincino a scavare trincee per difendere la Casa Bianca perdendo tempo e energie che dovrebbero essere usate per mandare avanti l’agenda del presidente. E’ però probabile che il conto i repubblicani, e Trump, finiscano con il pagarlo, non tanto con un’improbabile richiesta di «impeachment» per la quale non ci sono i numeri, ma nelle elezioni di «midterm», previste nel 2018, quando, se va avanti così, è possibile che i democratici si riprendano il Senato e forse la Camera dei rappresentanti.