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Alimentare

"Striscia" smaschera i falsi a Tuttofood

19 maggio 2017, 20:47

«Parmesan Salami», «Salama Napoli», «Salama Milano», mozzarella grattugiata, doppio concentrato «Gino»: continue allusioni all'italianità di prodotti che nulla hanno a che spartire con il made in Italy sono state in bella mostra per giorni a Milano (a Tuttofood ndr), l’esposizione che doveva raccontare la grandezza alimentare nazionale.
Così Federalimentare e Coldiretti denunciano insieme la gravità della presenza di prodotti di scarsa qualità e basso prezzo nel servizio di «Striscia la notizia» andato in onda mercoledì sera, che ha smascherato «i falsi in vetrina».
Le due associazioni denunciano quanto è accaduto a Tuttofood, definendo la vicenda «un inaccettabile atto di autolesionismo a danno della filiera agroalimentare nazionale con la promozione di prodotti che non solo rubano mercato e posti di lavoro a tutta la filiera agroalimentare italiana, ma ingannano i consumatori di tutto il mondo, con un giro di affari illegittimi pari a tre volte il vero export alimentare italiano».
«Occorre fare sistema per difendere con la trasparenza dell’informazione, dalle etichette alle fiere, un patrimonio nazionale dell’Italia sotto attacco dell’agropirateria internazionale che toglie al vero made in Italy alimentare ogni anno 60 miliardi di euro e trecentomila posti di lavoro - ha affermato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo -. Operatori economici e istituzioni devono sostenere insieme il vero made in Italy, dentro e fuori i confini nazionali, per contrastare la delocalizzazione e i suoi pesanti effetti sull’economia e sul lavoro».
«È surreale e incomprensibile – secondo il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia – che si invitino espositori non italiani che, non solo sono tra i nostri principali concorrenti sul mercato mondiale con l’Italian sounding, ma che minano ogni giorno la reputazione dell’industria alimentare, solo per vendere qualche spazio in più. I conti economici delle fiere non possono vincere sulle priorità del sistema. In passato, come federazione e come Paese, abbiamo concluso accordi con importanti fiere mondiali come quella di Colonia o con giganti dell’e-commerce come Alibaba.com per avere garanzie di contrasto alla vendita dell’Italian sounding ed oggi vanifichiamo gli sforzi incentivandone la diffusione o addirittura promuovendo i brand verso i buyer arrivati da tutto il mondo per la food week di Milano. La domanda, ora, è se è giusto che chi non risponde a semplici regole di buon senso, continui a ricevere finanziamenti pubblici»