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Il racconto della domenica

Dal mazzolino dei nascituri

di Gustavo Marchesi -

21 maggio 2017, 17:20

Dal mazzolino dei nascituri

Ci avanza tempo, così prendiamo la via delle costellazioni, all’Ufficio Nascite, donde estraggono i nascituri che i messi aspettano di presentare al Collocamento. L’Ufficio Collocamento rimane distante, non saprei dove. In queste zone le distanze sono enorm i e i messi devono attraversarne una quantità in fretta. Ma tengono molto al look e indugiano. Vogliono figurare da persone ordinate, precise.

Incontentabile il messo Percy, cambia spesso, prima vuole una pettinatura, poi un’altra, un certo abito, poi un altro, soprattutto è molto esigente con la ali, il suo chiodo fisso: pareggiarle, spuntarle… un gran crac crac come tagliassero dei bambù. I tagli vanno un po’ per le lunghe. Alla fine Percy parte per il Collocamento, da dove, ottenuti i pass, riparte per la terra col cesto dei nascituri raccolti in mazzolini.

Bello vederlo volare in questa luce sfolgorante e cromatizzata, anche se accumula un ritardo esagerato e atterra che non è più di primo mattino, come dovrebbe: c’è già movimento, le botteghe sono aperte e i colombi brontolano sui tetti.

Il piccolo Orio anche se generato dopo il previsto farà comunque la sua comparsa in piena forma: ancora in tenera ètà è molto attivo, dimostra attitudini per il tamburo, eccezionali, smodate. Tambura fino a notte, nel borgo, tambura e grida: «Su su, pigraccioni, al tempo! col tempo! in tempo!». Per lui tutto è batteria, la casetta, dove abita con mamma , la strada, la gente che passa schermendosi impaurita dai botti sussultori.

Considerate le qualità dell’orfano, il maestro della banda municipale, detto «maestrone» data la sua visibilità, decide di dargli lezione gratis e chiama alla finestra la madre per complimentarsi: «Ma signora cosa gli dà da mangiare, al nostro tamburmaggiore? sembra di essere ancora sotto i bombardamenti!» E lei: «Cosa vuole che mangiamo, caro maestro? un buco in più nella cinghia e avanti». Dunque non è mica li, la potenza del ragazzo, i contraccolpi che mandano in pezzi i vetri della scuola, e il comune ci spende più che nella mensa. Queste capacità del picchiatore, non sono piuttosto una rivincita inconsapevole sulla lentezza di Percy, messo vanesio?

Bastò un concerto con lui in banda per dimostrare la verità: il tamburmaggiore picchiava sodo, un fulmine sì, ma in modo personale, in ritardo sempre, come se ci fosse da solo a suonare, mettendo nei guai il complesso, costretto a sbagliare.

I suonatori si rivoltarono, il maestrone, sebbene a malincuore, esonera Orio, che medita vendetta. Diventato maggiorenne mette in piedi un’altra orchestra, di musici «senza tempo» cosiddetti.

Il primo concerto fu un fiasco, una damigiana, ma lui testone, è convinto che riuscirà, parola d’Orio, e in cerca di soci sostenitori, svolge un’intensa propaganda.

Nel frattempo si è fatto una cultura, tante le preziosità ignorate dagli appassionati di musica. Fra l’altro ha trovato che i tamburi parlano con gli Dei, linguaggi criptati che soltanto il maggiore dei poeti, maggiore di Dante, se ci fosse, potrebbe tradurre, e solo in parte.

Orio alza la voce: «Ascoltate, gente i nostri tamburi. Non conta se non capite: conta che seguiate il ritmo, come a lezione di ballo. Lasciatavi andare, lasciatevi portare.».

L’avviso è pubblicato, le iscrizioni sono aperte. Sento pareri positivi, del tipo: «A me piace imparare ballando, come da studente che facevo i compiti con la radio accesa», ma nessuno si iscrive. Sento le approvazioni di altri curiosi, non pochi, ma non si iscrivono.

Tra loro noto anche Percy, in incognito. Ma lui non vede alcun motivo di entrare nel merito, se non per un buon suggerimento che gli viene prima di tornare in quota: «Orio, il tuo è un ottimo sistema per spaventare i ladri. Deposita il brevetto».