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editoriale

La nostra vita blindata nell'epoca della paura

di Filiberto Molossi -

29 maggio 2017, 20:01

La nostra vita blindata nell'epoca della paura

Tiratori scelti sui tetti, municipale in assetto antiterrorismo, metal detector, transito interdetto ai grossi camion, strutture antisfondamento in calcestruzzo, rete fognaria bonificata, spazio areo interdetto, perquisizioni a tappeto, centinaia di soldati con equipaggiamento pesante, 550 telecamere a circuito chiuso, poliziotti a cavallo, cani anti esplosivo, aquile cattura droni. Dove? Forse al G7 di Taormina? O magari all'incontro tra Trump e il Papa? O sulla Striscia di Gaza? No, al Festival di Cannes. Dove più che i destini del mondo, al massimo si decidono quelli del cinema. Niente vertici, summit né zone di guerra: solo migliaia di persone provenienti da ogni parte del mondo che guardano insieme dei film. Non stupitevi: è la vita al tempo dell'Isis. O, meglio, al tempo della paura.
Vado al Festival di Cannes dal 2000, prima delle Torri Gemelle: all'inizio ti guardavano il pass. Assomigli al tizio nella foto? Bravo, entra. Adesso non c'è modo di introdurre nel Palazzo del cinema, cuore pulsante della kermesse, nemmeno un rossetto o una banana, considerati oggetti atti a offendere. Un eccesso di zelo? Un'esagerazione? No, purtroppo. In nemmeno 20 anni è cambiato tutto: e dobbiamo abituarci, farci in fretta il callo. C'è una guerra in corso in Europa: infida, sporca, senza nessuna regola o morale. E non possiamo più fare finta di non essere coinvolti: non possiamo pensare di non essere il bersaglio. A Nizza, una trentina di chilometri da Cannes, meno di un anno fa, morirono in un attentato 85 persone. Pochi mesi dopo, a febbraio di quest'anno, la polizia a Cannes e in altre città francesi ha rintracciato in un appartamento il famigerato Tapt, l'esplosivo a base di perossido di acetone, soprannominato la «Madre di Satana». Pochi giorni fa, poi, mentre il Festival era in corso , ecco la strage dei ragazzini a Manchester. E come potevamo noi cantare?
Si vive con l'ansia addosso, con la preoccupazione che possa accadere qualcosa di terribile in qualsiasi momento: proprio là dove la nostra vita si prende una pausa dal livore e dalla fatica e prova ad alzare l'asticella della felicità. A una festa, a un concerto, in un ristorante, in uno stadio. Provi a non pensarci, certo; ma per quanto tu ci riesca, un attentato lo hai già subito: quello alla serenità. Durante il (falso) allarme bomba a Cannes nessuno ha perso la calma, nessuno di noi ha pensato che fosse realmente qualcosa di serio: ma di certo, da qualche tempo a questa parte, si cammina con uno zaino (di incertezza, di preoccupazione, di amarezza) in più sulle spalle.
Ma se da una parte è bene accettare con la dovuta filosofia i disagi e le restrizioni di un livello altissimo di sicurezza (ben vengano code e controlli se possono salvare delle vite), dall'altra, è necessario, per non finire schiavi della paura (che - come diceva Roosevelt - «è l'unica cosa di cui dobbiamo avere paura»), per non fare il gioco di questi martiri fanatici, di questi estremisti vigliacchi, non cambiare le proprie abitudini, non accettare il ricatto del terrore. Non indietreggeremo di un millimetro, non retrocederemo di un passo: continueremo ad andare ai festival, ai concerti, a teatro, alle partite, a cena fuori. Sconfiggeremo questi maledetti terroristi con l'unica cosa che davvero li spaventa a morte: la nostra voglia di vivere.