Sei in Archivio

il disco

“Amused to death”, ha 25 anni il disco di Roger Waters

di Michele Ceparano -

23 giugno 2017, 20:47

“Amused to death”, ha 25 anni il disco di Roger Waters

Nel 1992 usciva “Amused to death”, terzo album in studio da solista dell'ex leader dei Pink Floyd Roger Waters e suoi maggior successo . Celebrarne i venticinque anni in questa rubrica capita proprio nel momento giusto poiché il cantante e bassista che ha legato il suo nome a opere immortali come “The wall”, “The dark side of the moon”, “Wish you were here” e “Atom hearth mother” ha appena pubblicato l'album “Is this the life we really want?”. Un disco molto - forse, addirittura, troppo - politico dove all'antica ossessione nei confronti della Thatcher l'artista ha sostituito, al pari di tanti suoi colleghi, quella per Trump. “Is this the life we really want?”, però, in Italia è anche partito con il piede sbagliato. Qui ne è stata infatti bloccata la vendita dal tribunale di Milano. L'accusa rivolta a Waters, tutta da dimostrare, è di plagio nei confronti del lavoro dell'artista siciliano Emilio Isgrò, per quanto riguarda copertina e progetto grafico. Chi volesse saperne di più, consulti la Rete.
Tornando al sicuramente più suggestivo “Amused to death”, l'album venne ispirato a Waters dal libro di Neil Postman intitolato “Amusing ourselves to death” (tradotto “Divertirci da morire”) e caratterizzato anche da una dura critica di Waters, da sempre (è giusto ricordarlo) in prima linea contro ogni tipo di violenza, alla Guerra del Golfo. Un po' come avvenne con “The final cut”, album del 1983 realizzato quando era ancora nei Pink Floyd, un'opera in cui il musicista e compositore inglese criticò aspramente la Gran Bretagna per la Guerra delle Falkland.
La critica feroce al ricorso alla guerra è alla base di “Amused to death”, già dalla dedica al soldato inglese Bill Hubbard, caduto nella Prima Guerra mondiale durante la battaglia della Somme. In apertura e chiusura di disco si sentono infatti le parole di un suo commilitone, Alf Razzell, che racconta il suo senso di colpa per aver dovuto abbandonare Hubbard nella cosiddetta terra di nessuno. Sia Hubbard che Razzell facevano parte del corpo dei Royal Fusiliers, proprio come il padre dell'ex Pink Floyd, Eric Fletcher Waters, la cui vicenda echeggia anche in “The wall” (specialmente nel film tratto dal disco e diretto da Alan Parker) e, soprattutto, è centrale in “The final cut”. A tale proposito riascoltare “When the tigers broke free”, non presente nell'edizione originale ma inserito l'anno prima nel film “The wall” e poi nella riedizione di “The final cut” del 2004. E' forse uno dei pezzi più struggenti del repertorio dei Pink Floyd. Comunque, Waters senior cadde ad Anzio nel 1944, quando il cantautore inglese aveva solo cinque mesi. Nel 2014 Waters ha fatto visita alla sua tomba – i resti del padre in realtà non furono mai trovati – nel cimitero di Falasche, vicino alla città laziale dove il padre venne dilaniato da una bomba tedesca.
Ma questo disco serve a Waters anche per lanciare altre invettive. In primis contro Stanley Kubrick. Tra il grande cineasta e i Pink Floyd ci fu infatti parecchia ruggine fin dai tempi di Atom hearth mother. Il regista aveva chiesto alla band il disco da inserire in “Arancia meccanica”. I Pink Floyd non glielo avevano concesso, temendo che il regista potesse alterarlo. Kubrick perciò si era in qualche modo vendicato negando a Waters di usare la voce di Hal 9000 (il celeberrimo computer di 2001: Odissea nello spazio). Così il bassista in “Perfect sense part 1” inserì un messaggio alla rovescia destinato proprio a Kubrick. Anche la copertina del disco - una scimmia che fa zapping - potrebbe richiamare il capolavoro kubrickiano con la tv al posto del monolite nero.
Nel disco Waters punge anche Andrew Lloyd Webber che i Pink Floyd accusarono di plagio ai tempi di “Echoes”. Ironia della sorte: 25 anni è però lo stesso Waters che deve rispondere di qualcosa di simile. “Amused to death” comunque è un lavoro da ascoltare o riscoprire, non solo per testi e musiche - è pur sempre opera di un grande -, ma magari anche per tutto quello che gli sta attorno.