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arte

Palazzo Tarasconi, gli affreschi ritrovati

di Chiara Burgio Maria Cristina Chiusa -

10 luglio 2017, 18:47

Palazzo Tarasconi, gli affreschi ritrovati
_______ A Palazzo Tarasconi è in corso da alcuni anni un intervento di restauro e in questi giorni è stato effettuato lo smontaggio del ponteggio in facciata su via Farini. Chiara Burgio, responsabile area funzionale per il patrimonio demoetnoantropologico della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, ha seguito con Maria Cristina Chiusa, nota studiosa di arte locale cinquecentesca e Ispettore Onorario del Mibact per la Soprintendenza, le operazioni relative al recupero delle parti affrescate che hanno riportato al loro splendore non solo opere conosciute dalla bibliografia specialistica, quale lo splendido salone del piano nobile. E' stata infatti anche scoperta una sala, chiamata «delle grottesche» con affreschi di grandissima qualità, dei quali le studiose hanno riconosciuto la paternità. Il restauro ha anche permesso di definire in modo preciso, per la prima volta, data, paternità e soggetti degli affreschi del salone. Il testo che qui pubblichiamo è stato redatto dalle due studiose.

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Tra gli importanti interventi di recupero attualmente in corso su diverse strutture architettonico- storiche nel cuore della città, il pensiero corre senz’altro al cantiere di Palazzo Soragna-Tarasconi, ubicato in strada Farini n.37, in angolo con Strada al Ponte Caprazucca, che , iniziato nel 2015, coinvolge l’edificio nel suo complesso, con interventi di natura sia strutturale che architettonico-artistica: si tratta di un progetto imponente per estensione ed impegno finanziario, che porterà al recupero degli spazi oggi non ancora utilizzati, ovvero le porzioni più altolocate e quelle interrate, al recupero dei percorsi con la valorizzazione lo scalone ellittico vignolesco nell’angolo sud-ovest, al riassetto funzionale del secondo piano, del piano terreno e dei cortili, come al restauro delle coperture. Verrà inoltre riproposto nell’area pertinenziale sul retro il giardino presente nel settecentesco Atlante Sardi. Nell’ambito di tale intervento, sono stati riportati alla luce più cicli di affreschi grazie al contributo prezioso del proprietario, Corrado Galloni, e dei restauratori, Ditta Mani, sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza. Ci riferiamo alla straordinaria rassegna di brani, distribuita in tre sale del piano nobile, alcuni dei quali, come vedremo più avanti, ad oggi sconosciuti; a partire dalla decorazione pittorica dell’ampio salone di rappresentanza, corredato da un ricco soffitto ligneo, con affaccio su via Farini, a proposito del quale Ludovico Gambara così scriveva nel volume Palazzi e Casate di Parma nel 1971: «Al primo piano si ammira il più bel salone del palazzo con soffitto a cassettoni totalmente intagliato e decorato con raffigurazioni allusive alla primavera, sottolineato da un largo fascione affrescato di circa un metro di altezza, con scene dell’antico testamento. Il tutto costituisce uno dei pochissimi esemplari intatti della fine del sec.XVI o primi XVII ancora esistenti a Parma. Meriterebbe un competente ed oculato restauro» (pag. 269-270). A distanza di diversi decenni l’auspicio dello studioso ha trovato finalmente attuazione, ed è oggi nei nostri intenti far conoscere ad un pubblico il più vasto possibile, che dagli specialisti e dai cultori della materia si estende a tutta la cittadinanza, un episodio significativo della civiltà artistica parmense del Cinque-Seicento, poco noto stante la collocazione in una dimora privata, e pertanto inaccessibile, e che il restauro, concluso da pochissimo, ha restituito in tutta la sua leggibilità estetica ed iconografica, tale da consentirci di approdare in modo puntuale, col supporto dell’indagine archivistica, a datazione, committenza, paternità artistiche e soggetti dell’opera. Per comprendere il valore di tale scoperta, occorre considerare che il palazzo è ubicato in pieno centro storico, lungo uno dei percorsi viari più importanti del tessuto urbano cittadino, l’antico cardo romano, e nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino, una delle più antiche di Parma, di cui segna ancor oggi il confine sul lato nord-occidentale.
Nella prima metà del Cinquecento la vicinia di San Marcellino era seconda per ricchezza a quella di San Bartolomeo, ad indicare che nella zona - proprio pure in ragione della sua vicinanza con la piazza principale, centro della vita civile e del maggiore mercato urbano - si erano insediati i ceti mercantili e dirigenti cittadini del contesto comunale, (da qui presumibilmente nasceva il nome assegnato alla via di Strada dei Genovesi), che avrebbero dato avvio ad un’edilizia aulica. Qui avrebbero trovato sede con l’appoggio della dominante Farnese le grandi istituzioni deputate alla formazione culturale dei nuovi ceti dirigenti del Ducato, dal Collegio dei Gesuiti, a quello delle Madri Orsoline, sino al Collegio dei Nobili, eretto dal duca Ranuccio nel 1601 (e sulla cui area fu costruito nel 1844 l’edificio della Corte d’Appello, ora del Tribunale). L’attuale planimetria dell’edificio risale in gran parte al tardo Cinquecento su progetto di Giovan Francesco Testa (1506-1590), collaboratore di Jacopo Vignola, soprintendente al Palazzo Farnese di Piacenza e dei lavori al palazzo del Giardino di Parma, che esegue i lavori verso il 1580, accorpando tre fabbriche preesistenti, attribuibili a fasi edilizie trecentesche e dell’inizio del Quattrocento, come è possibile verificare dalla facciata su strada Farini, in questi giorni restituita alla vista; mentre le porzioni sud ed ovest sono riferibili al progetto e all’intervento di G.Battista Magnani (Parma, 1571-1653) e successive al 1604, anno scolpito al di sotto dello stemma dei Tarasconi posto su di una colonna del cortile d’onore, data alla quale la storiografia più recente (B.Adorni) fa risalire la conclusione non di tutto il cantiere, ma dei lavori del cortile sul lato est soltanto. ll committente del Palazzo fu Scipione Tarasconi (1555-1618), figlio di Giovan Battista, al servizio di Alessandro Farnese, nominato cavaliere nel 1592. La famiglia Tarasconi, la cui presenza è attestata in Parma a partire dal 1415, imparentata con quelle dei Lalatta e dei Bajardi, ne manteneva la proprietà fino alla metà dell’Ottocento, finché, per mancanza di discendenza, l’edificio è passato per via parentale ai Meli Lupi Soragna , che lo hanno ceduto nel 2014. Di interesse si rileva il fatto che il palazzo ha mantenuto inalterato l’assetto originario a corte, attorno a cui si irradia un doppio loggiato (accessibile sia da strada Farini che dal cortile retrostante secondario di vicolo San Marcellino) interamente aperto, situazione rara a Parma: il portico nell’arco temporale veniva per lo più tamponato per ricavarne spazio abitativo, ed il modello dell’impostazione di molti palazzi rinascimentali romani e fiorentini favoriva la presenza, nell’angolo sud-ovest del cortile, di una scala elicoidale, entro un vano cui si accede tramite una porta in legno traforato, di grande suggestione e fascino. Ma è all’interno che il palazzo che ha riservato scoperte significative: una recentissima campagna di indagini stratigrafiche ha evidenziato in diversi ambienti al piano terra del fronte prospiciente strada Farini la presenza, al di sotto degli intonaci recenti, di tracce di affreschi coevi al cantiere cinque-secentesco raffiguranti paesaggi e vedute con nubi ed uccelli, accostabili alla Sala degli Uccelli dell’Abbazia di Torrechiara; mentre al piano primo, nelle tre sale che componevano l’antico sontuoso salone cinquecentesco, suddiviso in epoche passate negli spazi e in altezza, e dove con la demolizione dei controsoffitti sono stati riscoperti gli originali lignei, sono emersi frammenti del ciclo di affreschi che decoravano ab origine il salone, costituiti da scene incorniciate ed erme monocrome che intervallavano i riquadri.
Per tornare al salone, il repertorio figurativo presente nel soffitto ligneo cassettonato raffigura, nel riquadro centrale, una fanciulla identificabile per attributi iconografici e habitus con la Primavera , mentre negli altri otto si susseguono, in sofisticata alternanza, girali, motivi a grottesca, protomi leonine, volti femminili e una varietà di uccelli. Se è chiaro il richiamo al tema delle stagioni, ed in particolare della Primavera evocatrice di rinascita e felicità, nel fregio ad affresco che corre lungo le pareti di 1,5 m. che occupa circa un terzo dell’altezza della parete, l’iconografia delle dodici scene raffigurate si rivela ben più complessa e di non facile interpretazione. Se si eccettua il primo riquadro della parete nord, ove ci accoglie una coppia di sposi genuflessi in preghiera davanti al focolare, da identificarsi col capostipite del ramo Tarasconi, Giovan Battista, padre del fondatore del palazzo, e la sposa Claudia Lalatta (le nozze furono celebrate nel 1540), le altre scene sono rigorosamente ispirate ad episodi veterotestamentari, tratti dai libri di Tobia, di Giobbe e dalla Genesi. La scelta operata dal committente non dovette essere casuale, ma piuttosto significativamente allusiva alle imprese e peculiarità familiari, strettamente legate al clima politico e culturale contemporaneo. Le iconografie, infatti, ispirate ad episodi biblici circoscritti, la cui diffusione di non largo utilizzo e piuttosto rara entra in una stretta sfera familiare, sembrano indicare i caratteri virtuosi dei committenti. Due aspetti, vanno in particolare sottolineati: la sofferenza e il sacrificio quale cammino inevitabile per il rinnovamento e la rinascita.
A vario titolo i protagonisti delle storia del fregio, Tobia, Giuseppe, Giobbe, abbondonato il precedente percorso esistenziale, risorgono a nuova vita: resta di loro l’uomo nudo, il credente. La fede, che incontra un riscontro pure nella croce spesso presente negli stemmi familiari entro una cuspide, la pazienza perseverante, l’ossequio ai vincoli familiari e al matrimonio sono i valori che i Tarasconi intendono palesare nelle pareti dipinte. Ma chi fu l’artefice cui i notabili si rivolsero per la decorazione, databile fra il primo e il secondo decennio del Seicento? Più d’uno e in un’operosità da intendersi svolta a più riprese e nel fluire temporale di una bottega assai attiva a Parma per le nobiltà locali e per i Farnese: Cesare Baglione (Cremona, metà sec. XVI ca, notizie dal 1565 – Parma, 1615), invitato per primo ad intervenire nella volta a cassettoni, e i suoi collaboratori che, pur in una seconda tranche di lavori seguita alla prima commissione, avrebbero completato nel tempo la decorazione del fregio parietale. Fra questi Gerolamo Curti, il Dentone (Bologna, 1575-1632), accompagnato con buona probabilità dal collega inseparabile Michele Colonna, e da altri, come Giovanni Maria Conti, onnipresenti nella città emiliana nei cantieri di spicco come il teatro Farnese, la chiesa di Sant’Alessandro, di San Sepolcro, sino alle residenze decentrate in area collinare. L’attribuzione al Dentone e all’entourage di artisti a fianco del quale si trovava ad operare, viene confermata dal confronto con un altro ciclo di affreschi, di circa un decennio posteriori al nostro, riferibili al secondo soggiorno parmense del pittore, (tra il 1627 e il 1628), presenti nel palazzo Tarasconi, poi Savani, di Calestano (Parma), raffiguranti una serie di Quadrature architettoniche con lo stemma nobiliare dei titolari, e una decorazione frammentaria con Noè che esce dall’arca e La verità con la bilancia della giustizia, che pur nella difficoltà di lettura data dal precario stato conservativo, rivelano evidenti consonanze stilistiche con la decorazione del salone Tarasconi, nelle quadrature come nelle morfologie dei protagonisti, deliberatamente scandite entro un analogo impianto progettuale. Ulteriore conferma è offerta dalla committenza di Camillo Tarasconi, figlio di Scipione, il titolare della residenza oggetto della nostra indagine, che, decorato cavaliere nel 1620, forsanche in virtù dell’eredità degli Smeraldi, poteva permettersi di acquistare dai Fieschi per 333.000 scudi il feudo di Calestano, cui era annesso il castello di Marzolara, del quale venne investito con il titolo comitale nel 1650. E infine, pur rinviando l’intera, più analitica, trattazione a un contributo in corso di stampa e ad una presentazione ufficiale da parte di questi uffici, ci è gradito segnalare che il restauro del palazzo ci ha riservato un’autentica scoperta che pure le fonti documentarie sembravano ignorare: in una sala limitrofa a quella descritta, a sud, il descialbo ha svelato la presenza di dipinti con motivi a grottesca di altissima qualità, che si rivelano riconducibili al catalogo di Cesare Baglione. Né tale paternità pittorica sorprende, data la presenza dell’artista, segnalata più sopra, nella dimora Tarasconi. Qui al di sotto dell’immancabile soffitto a cassettoni nella fascia che corre lungo il perimetro della sala si trova un fregio sul quale scorrono riquadri raffiguranti note di paese alternati a decorazioni a grottesca di grande qualità pittorica ed inventiva. Le singole partiture paesaggistiche sono circoscritte da erme con mezzobusto femminile e relativa cornice, dove ritorna il motivo della conchiglia: a queste si accompagnano le raffigurazioni con note di paese, presentate a mo’ di medaglioni da figure angeliche. Creature fantastiche, animali, giochi di equilibri surreali compongono qui l’universo delle grottesche tanto caro all’artista. L’orchestrazione spaziale è definita da una cornice che, ricca di elementi decorativi, delimita i differenti scomparti. I cammei monocromi ai quattro angoli delle decorazioni grottesche, di raffinata eleganza, concorrono con i tratti stilistici nell’indicare la strada di Cesare Baglione e del suo stretto entourage. Nel rinviare le nostre riflessioni in merito, come anticipato nell’incipit, ai prossimi contributi segnalati, ci sia consentito richiamare, per le strette consonanze stilistiche con la decorazione in esame, l’impresa del pittore bolognese presso il palazzo del duca a Castell’Arquato (Piacenza), come la sua operosità a Sala Baganza, San Secondo Parmense, Torchiara e nelle residenze bolognesi. Tale scoperta, che si unisce al sorprendente riemergere di cicli affrescati nell’intero palazzo, si pensi alle sale del piano terra, rende Palazzo Tarasconi uno scrigno di opere d’arte che permettono di definire il panorama figurativo locale nei suoi sviluppi stilistici, e arricchiscono altresì la storia di Parma.