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l'omelia-appello

San Leonardo, don Mauro: "Non scappate da qui. Restate ed educate"

di Chiara Cacciani -

16 luglio 2017, 15:53

San Leonardo, don Mauro:

La prima domenica dopo la tragedia. Che è una e tante insieme. La prima domenica dopo lo sgomento di fronte all'uccisione di Patience e Magdalene, dopo l'arresto del figlio e fratello Solomon, dopo che in tanti hanno percorso via San Leonardo con fiori, candele e domande inevase, per fermarsi davanti al civico 21. 

Partiva dalla chiesa, quel corteo improvvisato, doloroso e affettuoso. La chiesa dove questa mattina, durante la messa domenicale, il parroco don Mauro Pongolini ha donato ai suoi fedeli e al suo quartiere un'omelia forte, intensa e concreta. Che parla ai vecchi e ai nuovi parmigiani, a chi vorrebbe andarsene, a chi cerca colpe e colpevoli, a chi ha il compito di educare. Parla di oggi e di domani, della storia speciale del quartiere e di come San Leonardo - proprio nelle parole del parroco - può diventare "un anticipo di futuro".

Sceglie la parabola del seminatore, don Mauro. Di chi può - "con ritmo, con metodo, con perseveranza", permettere a ogni terreno di dare frutto. Qualcuno cadrà, altri no. E saranno prezioso raccolto. Ma resta comunque quella, la strada del lavoro: "con ritmo, con metodo, con perseveranza".

"Ho nel cuore ammirazione per la dignità con cui la famiglia Nyantakyi sta vivendo l’immane tragedia accaduta il 12 luglio scorso: le loro parole di fiducia stanno seminando buon seme", dice il parroco. E poi pensa a quella parte di raccolto che cade. 
"Manifestazioni di solidarietà ci hanno giustamente interpellato in questo urgente momento. Tanti sono accorsi. Ma neppure questa è la risposta che può durare: “…una parte – di buon seme! – cadde sui sassi e vennero gli uccelli del cielo” e lo divorarono. Quante giustificate distrazioni già da domani ci faranno ricadere nei nostri sacrosanti impegni privati o, peggio, nelle solite sentenze sbrigative e taglienti verso il quartiere, verso lo straniero, verso la polizia e i politici.
Non c’è regola e non c’è manifestazione pubblica che possano sostituire l’educazione paziente del cuore.
Per troppo tempo abbiamo snobbato scuola, educatori e insegnanti!
Per troppo tempo abbiamo ridotto la religione a un fatto coreografico da bambini!
Per troppo tempo lo sport, specie il calcio, si è ridotto a spazio di esibizione e vivaio di illusioni!
Per troppo tempo abbiamo giudicato spinelli e sbronze spacconate inevitabili dell’adolescenza!
Per troppo tempo abbiamo abbandonato la politica come educazione ai contenuti e alle buone prassi per farne l’arena dove pretendere, urlando e offendendo, la salvaguardia dei nostri privilegi!
E a fare le spese di tutto ciò sono i più deboli, i meno attrezzati caratterialmente". Parole chiare, parole dure, parole necessarie.
Si rivolge ai suoi fedeli: "Non basta dirsi cristiani, occorre dar frutto. A tutti voi, fratelli e sorelle del mio quartiere vorrei dire: credeteci! Non scappate. Se vi allontanate, se cercate “luoghi tranquilli”, siete dei rinunciatari.
Restate ed educate! Non illudete i vostri figli: la vita è bella perché è dono e libertà da dipendenze compulsive; la vita è sempre nuova perché frutto di fatica e cura; la vita è creativa perché richiede passione e tenacia; la vita ha un futuro sempre perché è fatta di amore e fedeltà".

Si rivolge ai “nuovi italiani”, "da qualunque parte provengano. Se poi sono cristiani come me, mi sento ancor più in confidenza nel dire quello che ora dirò loro, perché sono miei fratelli e sorelle.
Venite con fiducia. Venite con fiducia perché tra cristiani ci vogliamo bene. Ma venite portando voi stessi: la vostra umanità. Venite per portarci il Vangelo così come Gesù lo ha seminato nei vostri cuori e per viverLo assieme con noi così come è stato seminato nei nostri cuori, nelle case e nelle strade che assieme abitiamo.
Non venite per copiare le nostre cattive abitudini; non venite per sognare un’esistenza facile e deresponsabilizzante; non venite per essere arrivisti, leggeri, affascinati dalle grandi autovetture, dalle tecnologie all’avanguardia che vedete o immaginate di vedere in chi invidiate. Se fate così, vi auto-colonizzate, vi auto-umiliate, mettete da parte le vostre tradizioni più nobili per assumere le nostre consuetudini meno nobili".

Ha fiducia nel San Leonardo, don Mauro, e nella buona terra che qualcuno forse non sa più vedere, ma c'è: 
"Possiamo essere l’anticipo del futuro; quello che stiamo osservando: un mondo pieno di porte che si aprono e portano da un paese all’altro, da una cultura all’altra, da una religione all’altra… E’ un processo inarrestabile.
Da almeno cento anni il nostro quartiere è una “terra di mezzo” dove gli antichi contadini hanno imparato a fare posto agli operai; gli operai che in cinque minuti si recavano al turno di lavoro, agli impiegati che ogni mattina hanno bisogno dell’automobile; ed ora: dove le antiche etnie parmigiane o regionali italiane colloquiano con i nuovi accenti provenienti dai diversi continenti. E l'’animo popolare e l’apertura cordiale degli abitanti del nostro quartiere è proverbiale in tutta la città di Parma.
Costruiamo, allora il nostro futuro. Anzitutto (e qui sta il bello della solidarietà umana di questi giorni) riconosciamoci come uomini e donne; e poi riconosciamoci anche come uomini e donne libere dalla paura".

Eccole, tante delle parole che c'era bisogno di trovare. Per tracciare il cammino di una comunità che ha bisogno di ritrovarsi e immaginare un futuro di speranza e dignità.