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Il racconto della domenica

Le burle di Campanèla

di Lina Pancaldi Schianchi -

27 agosto 2017, 15:35

Le burle di Campanèla

Spesso nelle case succedeva qualche disastro che nessuno sapeva aggiustare. Allora tutti in coro dicevano: «Chiamiamo Campanèla...». Campanèla era un tuttofare, non c'era problema che non sapesse risolvere. Non aveva un posto fisso, si arrangiava con piccoli lavoretti. Aveva la moglie malaticcia e cinque figli, e doveva mettere sulla tavola il pranzo e la cena. Non si perdeva mai d'animo, sapeva di avere buone braccia. E poi il suo pregio: era un burlone per natura. Si concedeva qualche bicchiere di vino in osteria, che molte volte gli veniva offerto dopo due risate con il racconto dell'ultima barzelletta.
Avere cinque bocche da sfamare gli era diventato sempre più difficile. Non poteva sperare sempre in qualche guasto nelle case. Così, con l’arrivo della primavera, s’inventò il mestiere di imbianchino ed ebbe diverse chiamate. La più redditizia fu in una casa padronale. Dipinse tutto l'interno, poi il proprietario volle anche la facciata: di un bel colore rosato, mi raccomando.
Campanèla ci si mise d'impegno e gli riuscì bene. Poi venne una richiesta strana. Dinnanzi all'entrata il padrone volle che fosse dipinto un cane. Il nostro pittore non si rifiutò e cominciò il lavoro. Sapeva che la vernice non era di ottima qualità, perché aveva risparmiato nell'acquisto, ma ci provò ugualmente e il risultato fu buono. Per dare un tocco particolare all'opera chiese di poter fare il cane con la catena. Ma questa stravaganza gli fu rifiutata. Pazienza. La retribuzione fu più che buona.
Dopo un mese di piogge, caso strano, un giorno incontrò il suo datore di lavoro. Campanèla venne aggredito a male parole: «Ma sai che il cane è sparito dalla facciata con la pioggia?». Campanèla di risposta: «Lo sapevo: non ha voluto che lo dipingessi con la catena e per non bagnarsi ha cercato un altro rifugio...». Una trovata che solo dalla sua bocca poteva uscire.
E così continuava il suo ménage familiare tra alti e bassi. Quell'inverno, per Campanèla e per la famiglia, fu proprio carestia. Sfamare quelle bocche fu difficile. Gli avevano regalato un sacco di patate e ogni giorno la moglie le cucinava in tanti modi: faceva gli gnocchi, le friggeva, oppure faceva il puré, ma la base era sempre la stessa. In solaio aveva un sacco di farina gialla e la polenta era la cena di ogni sera.
Un giorno inventò un gioco degno delle sue burle. Il misero pasto era in tavola e Campanèla chiamò i bambini dicendo: «Ho pensato di darvi una lira per ogni piatto lasciato». I ragazzini immaginarono già di comprare qualche leccornia, e tutti in coro accettarono il cambio. Durante il pomeriggio le pance brontolarono parecchio per la fame. Il più grandicello, la sera, parlando per tutti, disse: «Papà, abbiamo fame». Il padre rispose: «Fuori la lira che vi ho dato oggi e avrete la cena». Tolsero dalle tasche il soldo e mangiarono le fette di polenta. Ma a Campanèla quell'imbroglio fece stringere il cuore.