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EDITORIALE

L'amianto nella Parma? Due o tre cose da sapere

di Michele Brambilla -

10 settembre 2017, 16:03

L'amianto nella Parma? Due o tre cose da sapere

Nei giorni scorsi Margherita Portelli e Francesco Bandini hanno documentato sulla Gazzetta il fenomeno dell'inquinamento da amianto a Parma. Ci sono vecchie baracche abbandonate con tettoie che vanno in pezzi; e ci sono irresponsabili, criminali che addirittura gettano lastre di amianto nella Parma. È una questione gravissima di cui non si parla quasi mai. Pochi sanno che l'amianto uccide dalle tre alle quattromila persone all'anno solo in Italia, centoventimila nel mondo. Numeri che dovrebbero essere più che sufficienti per far scattare una vera e propria emergenza. Purtroppo non è così: in Italia una legge del 1992 vieta l'estrazione, la lavorazione e la commercializzazione dell'amianto: ma non obbliga a smaltire quello esistente.

Quando si parla di amianto si parla soprattutto di eternit, cioè quelle tettoie ondulate prodotte con un impasto di cemento e di amianto che hanno coperto migliaia e migliaia di capannoni e perfino di abitazioni. Tettoie talmente resistenti da essere chiamate con un nome che rimandava all'eternità, ma che eterne, invece, non sono: con gli anni si sbriciolano, liberando quella polvere che, respirata, può provocare due malattie, l'asbestosi e il mesotelioma pleurico. La prima è una grave insufficienza respiratoria; il secondo un terribile tumore che può avere un'incubazione anche di dieci, venti, trenta o quarant'anni ma che, quando si manifesta, lascia pochi mesi.

Eternit era anche il nome della ditta che produceva queste tettoie. La fabbrica più grande era a Casale Monferrato. Dava lavoro a migliaia di persone ed era considerata un fulgido esempio di progresso: ci sono filmati dell'Istituto Luce degli anni Trenta che magnificano questo prodotto leggero, economico, indistruttibile. In realtà già allora gli scienziati conoscevano la pericolosità della polvere d'amianto, ma sul tema vigeva una sorta di congiura del silenzio: troppi interessi economici.

Fu un operaio di nome Nicola Pondrano, negli anni Settanta, a sollevare la questione, insospettito dalle troppe morti di colleghi di 40-50 anni. Cominciò a chiedere in giro, ma gli rispondevano che cosa vuoi, è normale che un operaio muoia giovane: allora era così. Anche il sindacato, preoccupato per i posti di lavoro, gli diceva di lasciar perdere. Ma piano piano il "caso Eternit" avanzava: si scoprì che a Casale e dintorni il numero di malati di mesotelioma era enorme, perché non si ammalavano solo gli operai ma anche i loro familiari, e più semplicemente tutti gli abitanti della zona perché la polvere era ovunque: il vento portava in giro quella ammassata nei cortili della fabbrica, e la gente andava a comprarla allo spaccio aziendale, il sabato, a poche lire a carriola, per fare i campi da bocce, i vialetti nei giardini, le coibentazioni. Finché nel 1987 un sindaco coraggioso, Riccardo Coppo, un democristiano, vietò con un'ordinanza la produzione di amianto nel suo comune, condannando di fatto a morte la Eternit. Un'ordinanza che sembrava illegale, ma che nel 1992 diventò legge dello Stato.

È una storia del passato: molte cose sono cambiate da allora nelle fabbriche, quasi tutto. Ma l'amianto continua a uccidere: si calcola che in Italia ci siano ancora 32 milioni di tonnellate da smaltire e 35 mila siti da bonificare. Per questo bisogna continuare a parlarne.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it