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Il racconto della domenica

La bambina e il ferroviere

di Lina Pancaldi Schianchi -

24 settembre 2017, 15:36

La bambina e il ferroviere

Erano le riunioni delle serate d'inverno. C'era una piccola dependance nel cortile della rimessa, nella casa di Bruna e Noemi, due sorelle addette alla manutenzione di quel grande caseggiato.
Era il deposito della locomotiva del treno vicino alla stazione.
La sera accoglieva quella macchina fumante, calda e odorosa di carbone bruciato. Bruna e Noemi accudivano le stanze annesse alla rimessa, dove dormivano i ferrovieri che, a turno, arrivati al capolinea, lontano da casa, potevano trovare una buona accoglienza. Ma la dependance era anche il luogo di ritrovo di ogni sera. Una stanza di piccole dimensioni, un lungo tavolo in mezzo, contornato da seggiole anch'esse di legno. Una panca contro la parete completava il tutto. In un angolo, una stufetta di ghisa riscaldava l'ambiente e serviva ai ferrovieri per il cibo che si erano portati da casa.
Sul tavolo da osteria troneggiavano un fiasco di lambrusco e un girotondo di bicchieri già pronti per essere riempiti a rallegrare la serata. Noemi e Bruna chiamavano anche la Bianca e la bambina per riscaldarsi a quel dolce tepore e per conversare con quei ferrovieri che già conoscevano.
Dal casello bastava attraversare la ferrovia, e la bambina era felice perché quegli uomini erano un pozzo di notizie. Ma c'era un'eccezione: un ferroviere incuteva alla bambina una certa soggezione. Anzi: era proprio paura. Quando il treno stava per arrivare in stazione, Spaggiari, così si chiamava, faceva fischiare forte la locomotiva e lei aveva timoredi quei capelli folti e tutti bianchi. Quella sera la bimba, con dispiacere, disertava il filòs. Ormai la prendevano tutti in giro dicendole: «Questa sera c'è Spaggiari...».
Era una paura da bambini, un piccolo particolare veniva ingigantito.
Erano i capelli bianchi in un viso severo a metterle ansia, tanto che quando sentiva quel fischio del treno andava a nascondersi dietro l'orologione che avevano in casa. In quelle sere ascoltava con grande interesse i racconti dei ferrovieri. Era il periodo della seconda guerra mondiale.
Anche il suo papà era militare. Alle dieci di ogni sera non mancava il passaggio nel cielo di Pippo, l'aeroplano che faceva la ronda senza destare timori. Quando suonava l'allarme, correvano tutti al rifugio, in un fossato nel vicino podere, e i racconti, per quella sera, finivano in un corri-corri.
Quante cose aveva saputo da quei ferrovieri. Natalini, il capotreno, era il letterato della compagnia: quel lavoro per lui era una necessità perché in famiglia c'era bisogno di un po' di soldi in più. I suoi erano sempre racconti storici, passavano dall'epica alle vicende dei Romani fino a questa maledetta guerra mondiale. La guerra era anche il pretesto per raccontare aneddoti capitati con il transito del treno. Passeggeri che scappavano quando gli aerei sorvolavano sulle stazioni e mitragliavano anche i civili, ad esempio.
Poi, ad alleggerire questo periodo drammatico, c'erano le barzellette di Ferraroni, mimate come sapeva fare questo omone.
La bambina era attenta, ma gli occhioni si chiudevano per l'orario tardo e allora cadeva, coricata su quella panca dura, e si faceva prendere dal sonno. Sognando il filòs e i ferrovieri.