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SCUOLA

Nei luoghi della guerra e della Resistenza a Parma

Pubblicato il fascicolo coni testi dei ragazzi che hanno partecipato all'iniziativa

05 ottobre 2017, 19:32

Nei luoghi della guerra e della Resistenza a Parma

Ecco le riflessioni degli studenti che hanno partecipato al progetto «Nei luoghi della guerra e della Resistenza a Parma 2017».

La città occupata, sopravvivere alla dittatura: introduzione

Le ricadute della guerra sulle persone non sono mai soltanto cifre (morti, feriti, sfollati) ma spesso sono anche un cambiamento nelle leggi, nelle abitudini, nel «clima umano». Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’Italia era ormai da circa vent’anni un regime totalitario guidato da un dittatore, Benito Mussolini. Questo significa che già prima della guerra le libertà e i diritti civili (di pensiero, di difesa, di parola, ecc.) della popolazione erano notevolmente ridotti e che ogni aspetto della vita dei cittadini – persino le attività sportive e ricreative - era rigidamente monitorato dallo Stato. Tra i più colpiti vi furono i dissidenti e gli antifascisti, ovvero coloro che avevano idee decisamente divergenti da quelle del regime... L’armistizio dell'8 settembre 1943, firmato dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati, non fece altro che inasprire il controllo esercitato dalle autorità fasciste che ora facevano capo alla Repubblica sociale italiana, costituita da Mussolini nell'Italia centro-settentrionale. Inoltre, l’occupazione tedesca e l'affermarsi delle Brigate Nere determinarono in quei venti mesi un vertiginoso incremento delle violenze e degli abusi, e l’instaurarsi di un clima di terrore. La normalità già precaria del Paese in guerra, da questo momento cambiò drasticamente volto e fu scandita dai ritmi di bombardamenti, rastrellamenti, arresti ed esecuzioni. Nonostante ciò, la gente non smise di cercare quella parvenza di quotidianità che poteva dare un senso di continuità, di stabilità alle sue giornate: proseguirono, ad esempio, i momenti di svago, al cinema o allo stadio (celebre la partita del 23 aprile 1944, al termine della quale Parma subì il primo, devastante bombardamento)... Francesca Paini, liceo Romagnosi

La deportazione: dall’esclusione allo sterminio

Nel 1938, prima dell’emanazione delle leggi razziali, la comunità ebraica di Parma contava 134 membri. Nel 1945, dopo anni e anni di guerra e regime, la comunità era quasi decimata... Ovviamente ad essere deportati non furono soltanto gli ebrei, ma anche chi era considerato ostile al regime, come ad esempio i dissidenti politici. L’Oltretorrente ci racconta una delle storie più drammatiche e toccanti che vide coinvolto proprio il quartiere: la storia della famiglia Fano. La famiglia Fano contava 5 membri, tutti ebrei. Nell’autunno del 1938, le loro vite vennero irrimediabilmente compromesse e per loro iniziò un periodo difficile durante il quale si videro sempre più esclusi dalla società: il padre, Ermanno Fano, perse il lavoro, ai bambini venne preclusa la possibilità di frequentare scuole non ebree, infine vennero costretti a subire le continue provocazioni imposte dal nazifascismo. Oppressi da questa situazione, cercarono fortuna in città, ospitati dai nonni. Ed ecco che la famiglia si allargò, proprio quando la sua storia stava giungendo al termine. Infatti il 7 dicembre del 1943, nel quartiere dell’Oltretorrente si insinua la polizia fascista: il giorno dopo il quartiere era più vuoto, svuotato di alcuni dei suoi abitanti, arrestati e divisi tra i campi di concentramento di Monticelli Terme e di Scipione, per poi essere deportati nei lager tedeschi. Qui, in terra straniera, divisi ancora gli uni dagli altri, in modo deplorevole, finì la storia della famiglia Fano, come quella di molte altre famiglie...Questo è solo un esempio dei racconti che ancora oggi popolano i borghi dell’Oltretorrente, imprimendo la coscienza con atroci memorie e vivide testimonianze di quanto è successo. È un deciso invito a non dimenticare e, anzi, una sollecitazione a trasmettere la storia di Parma ai suoi abitanti... Veronica Gennari, Beatrice Raffi, liceo Romagnosi

L'arrivo dei fascisti e l'inizio del terrore

Truppe di fascisti irrompevano senza preavviso nelle case, le distruggevano e con quelle venivano annientate anche le persone, che assistevano a questa scena impregnata di dolore. Quale reato avrebbero mai dovuto commettere quei bambini, quelle madri o mogli, quei ragazzi, per potersi meritare una pena tanto atroce? È la loro libertà di pensiero, che va contro un regime totalitario, che viene negata; un diritto naturale e inalienabile dell'uomo che viene calpestato, che diventa causa di dolore, violenza, stragi. «Una razza impura», così venivano definiti gli ebrei costretti ad astenersi da ogni carica pubblica, da ogni istruzione, da ogni rapporto o responsabilità, senza nessuna libertà, ma al contrario costretti ad una fine disumana. La famiglia Fano e la famiglia Polizzi abitavano proprio nella nostra città, camminavano nelle nostre strade, ma con la paura costante di essere catturati e deportati da un momento all'altro... Giorgia Banzola, liceo Romagnosi

Vivere sotto le bombe

Era il 23 aprile del 1944...Stavo fissando gli anziani che chiacchieravano seduti sulle panchine quando un suono lancinante squarciò il cielo. In un attimo tutto il parco si immobilizzò e iniziò a tremare. Ci girammo gli uni verso gli altri e in un secondo capimmo. Donne, uomini e bambini, me compreso, ci catapultammo verso il rifugio di San Paolo. Era una corsa affrettata e spasmodica. Molti cadevano, ma nessuno si fermava ad aiutarli. E così come quella corsa era iniziata ben presto terminò. Schiacciati, compressi, quasi senza respiro ci ritrovammo in silenzio nel rifugio. Ma forse erano solo le nostre labbra a non muoversi. Dentro di noi piangevamo e pregavamo come disperati. Ogni volta che la sirena antiaereo tuonava non sapevi mai se quello sarebbe stato l’ultimo suono che avresti sentito. La paura era tanta tanto che molti chiudevano gli occhi, magari per immaginare di essere in un altro posto o forse per non sentirsi prigionieri nelle loro stesse case... Uomini grossi e forti diventano bambini in lacrime davanti a bombe che non possono fermare. Ma adesso basta pensare. Si sentono gli scoppi. I crolli. I detriti sparati nel cielo. Chissà cosa hanno colpito, cosa hanno distrutto. Durano poco in realtà, qualche secondo. Ma a noi sembrano istanti interminabili. Ma tutto ha una fine. E così aspettiamo nel silenzio prima della bufera. Perché è adesso che non siamo stati uccisi, adesso che abbiamo superato la prima parte della battaglia che c’è lo scontro finale. Lentamente usciamo. La luce era così forte dopo il buio dello scantinato che per un momento non vidi nulla. Poi capii che non vedevo nulla perché colonne di fumo si alzavano da ogni angolo. E quello che il fumo copriva era la nostra città distrutta. La mia città. Questa è Parma in guerra. Sara Pucillo, Nicole Ranieri, Gianluigi Ambrosio, Francesco Corchia, Stella Guareschi, Ilaria Davolio liceo Marconi

La città occupata, sopravvivere alla dittatura: le donne

Il ruolo delle donne durante la Resistenza non fu marginale. Innanzitutto, è possibile soffermarsi sul solido contributo - nel corso della Seconda guerra mondiale - prestato dalla componente femminile di madri e di mogli a favore dei giovani ribelli che operavano contro il nazifascismo. Tali erano le donne che accolsero nelle proprie dimore i ragazzi dell’esercito in fuga la notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, dopo che fu dato l’annuncio dell’armistizio, il quale sancì la cessazione delle ostilità tra l’Italia e gli Alleati. Alle donne, madri di ragazzi, ragazzi al pari di coloro che si presentavano nelle loro abitazioni bisognosi di rifugio ed accoglienza, nel timore di una violenta reazione tedesca, risultò naturale e istintivo estendere un tipo di protezione filiale a questi giovani...Esistevano spazi prevalentemente femminili, compiti, ruoli che soprattutto le donne ricoprivano, quali le proteste di piazza e le manifestazioni di massa attraverso le quali esternavano il proprio malcontento verso le privazioni e le difficoltà causate dalla guerra. Vi erano poi coloro che occupavano un ruolo nella resistenza cosiddetta «civile», quelle erano le più numerose: a fianco del movimento antifascista contribuivano alla raccolta di indumenti, generi alimentari e medicinali, si prendevano cura dei feriti trasportandoli in città, assistevano i caduti (come nel caso ad esempio delle crocerossine), portavano avanti azioni di propaganda, raccolta di informazioni, sabotaggio, nonché il rischiosissimo compito di staffette partigiane, e offrivano infine la loro disponibilità nel nascondere armi e munizioni (ricordiamo a questo proposito lo speciale contributo dato, a Parma, dalle suore Chieppine)...Ristretto fu il numero di casi in cui le donne prestarono la propria collaborazione a livello militare, imbracciando le armi e combattendo sul fronte. Ciò fu dovuto sia alla minore familiarità con le armi (alle donne era precluso il servizio militare), sia al problema della promiscuità che si veniva a creare all’interno delle brigate il quale avrebbe potuto minarne l’ordine e la «onorabilità» delle ragazze. Tuttavia la storia mostra come si verificò, pur sempre nell’ottica di una società profondamente maschilista, un processo di emancipazione femminile che si realizzò a partire dall’opposizione alla dittatura nazifascista. La partecipazione attiva della donna in tempo di guerra è segno di un salto di qualità del ruolo femminile e della sua posizione all’interno della società, sebbene ci si trovi solamente all’inizio di un lungo percorso, non ancora concluso, nel superamento della logica maschilista e nella piena e realizzata parità tra i generi...
Diana Cappuccio liceo Romagnosi

Ostaggi e deportazioni

...A Parma allo scoppio della guerra vivevano circa 134 ebrei. 74 di questi furono deportati e furono protagonisti di storie atroci... Il dramma della guerra si abbatté anche sulla famiglia Polizzi, nella cui casa si respirava un’aria tremendamente antifascista, cosa di cui le autorità erano al corrente. Sia genitori che figli si davano da fare per la lotta clandestina di città, la figlia Laura (nome di battaglia Mirka) faceva la staffetta, passava informazioni e trasportava viveri ai partigiani di montagna fin quando la sua attività fu denunciata ai fascisti. La polizia si recò a casa Polizzi, vennero arrestati e deportati tutti i componenti nei campi di Ravensbrück e Mauthausen eccetto Mirka che non si trovava in casa al momento dell’arresto. Nonostante ciò la sua voglia di combattere la piaga del fascismo, forse anche per avere una rivincita su coloro che le avevano tolto la famiglia, fu tale da continuare a svolgere l’attività di partigiana in montagna. Dopo l’8 Settembre e il diffondersi di gruppi partigiani, furono sempre di più i giovani che ne presero parte, anche a costo di rischiare la vita...A Parma negli anni della guerra vi erano alcuni importanti uffici della compagnia telefonica della Timo: qui cinque dipendenti, tutti molto giovani, formarono un nucleo clandestino con lo scopo di rubare informazioni, interrompere telefonate importanti tra i fascisti, ad esempio per far fallire un arresto, ecc. Tuttavia a causa di una leggerezza commessa da uno dei cinque, quattro di loro vennero arrestati: due furono deportati nel campo di Dachau (da cui non tornarono più), gli altri furono imprigionati e usati come ostaggi. Era una pratica diffusa: questi ragazzi venivano torturati per farli confessare o per estorcergli informazioni su altri partigiani. La stessa sorte sarebbe toccata a Eugenio Copelli, fervente antifascista che venne arrestato e ucciso a seguito del suo tentativo di fuga. La sua morte fu in realtà accidentale, essa non serviva a nulla, la polizia infatti non aveva fatto in tempo a interrogarlo e estorcergli le informazioni importanti da lui possedute. Molti ragazzi durante la guerra decisero di combattere il nazifascismo in nome degli ideali che volevano a tutti costi portare avanti, e ciò poteva significare morte e tortura. Molti persero la vita consapevoli di non aver tradito i propri amici e consapevoli che la loro morte avrebbe salvato altre vite... Elisa Preti liceo Romagnosi

Il tempo libero durante la Resistenza

Le attività della Resistenza, coprono un periodo che va dal settembre del 1943 fino alla Liberazione (25 aprile ‘45), ovvero a tutti gli effetti un periodo di guerra. Alla guerra inoltre si aggiungeva l’occupazione dei tedeschi. Non era facile in questi frangenti trovare del tempo libero e non vi erano neanche molti luoghi di svago. A Parma molto importante era il cinema Lux. Quest’ultimo, rimasto attivo fino al 2008, era un posto in cui trascorrere alcune ore, distrarsi dalla sofferenza della guerra e stare al caldo, e così via, senza contare che qui si trovava anche un rifugio antiaereo, perciò in caso di pericolo ci si sarebbe potuti facilmente mettere in salvo. Il cinema trasmetteva anche cinegiornali sulla guerra che, seppure prodotti dal regime (mostravano sempre l’Italia e la Germania vincenti), potevano essere utili per mantenersi informati. Inoltre venivano anche trasmessi i primi lungometraggi dedicati esclusivamente all’intrattenimento. Il Teatro Regio - sia perché a Parma, città natale di Verdi, aveva sempre avuto molto rilievo, sia per motivi simili a quello del cinema - era anch’esso molto frequentato. Il 23 aprile del 1944, data del primo bombardamento, era uscito a teatro «L’Amleto», interpretato da Renzo Ricci e fu proprio sulla via del ritorno a casa che la gente venne sorpresa dal primo attacco aereo. Anche il calcio rimase molto sentito in città. Pochi giorni dopo il primo bombardamento si disputò, infatti, allo stadio «Walter Branchi» la finale di calcio fra «Pesenti», compagnia organizzatrice e la «Ducale», squadra di un bar dell’Oltretorrente. Vinse la Pesenti per un gol, ma l’arbitro fu costretto a sospendere la partita a causa delle minacce di cui fu fatto oggetto. Anche in un periodo di tale pericolo si dava quindi importanza a cose come queste: è segno della forza dei parmigiani che non rinunciarono alla loro quotidianità neanche nei momenti più difficili. Eleonora Sforza liceo Romagnosi

Le violenze della guerra

...Oltre alle deportazioni un fenomeno molto ricorrente e non meno brutale durante la Seconda guerra mondiale fu la prigionia. Molti giovani antifascisti e partigiani ne furono vittima subendo spesso torture e violenze. Molti di questi «ostaggi» venivano tenuti nelle prigioni per poi essere fucilati come rappresaglia, a monito alla popolazione, come accadde a Giordano Cavestro. Egli faceva parte del distaccamento Griffith il quale fu rastrellato il 14 Aprile 1944 presso Montagnana e il 4 Maggio Cavestro venne fucilato. Dopo la sua morte alcuni suoi compagni decisero di ricordarlo in modo particolare: appesero una targa «dedicata a Giordano Cavestro» in una delle vie più temute a Parma in quel periodo, via Walter Branchi, dove vi erano le sedi del Partito fascista e della Brigata nera. Dopo la Liberazione avvenuta a Parma il 26 Aprile 1945, la targa divenne definitiva è ancora adesso la via è contrassegnata da una lapide in suo ricordo. Sofia Usuardi liceo Romagnosi

I giovani e l'educazione

Se fino al 1937 andare a scuola e vivere la propria vita da persone «normali» era stato normale, dall'anno seguente iniziarono i problemi per coloro che, come i fratelli Della Pergola, o i Fano, o centinaia di altri ragazzi, erano ebrei. Dal 1938, infatti, vennero introdotte le leggi razziali che impedivano a tutti questi giovani di frequentare il nuovo anno scolastico, il quale vide svuotarsi le classi, perdere vecchi insegnanti (poiché anche questi, se ebrei, vennero banditi dalle scuole pubbliche), e iniziare all'insegna del dolore. Un dolore generale, misto a paura. Qualche anno dopo, i giovani ebrei di Parma, assieme alle proprie famiglie, vennero deportati nei campi di concentramento. Oggi a noi sembrano storie lontane quelle di questi ragazzi, ma non è così. Immaginare che molti di loro frequentarono le nostre stesse scuole, camminarono in quei stessi corridoi, studiarono sui nostri stessi banchi, fa uno strano effetto. Giorgio Foà (16 anni), ad esempio, era un alunno del liceo classico Romagnosi più piccolo (13 anni). Ma per quanto la scuola gli piacesse, fu costretto ad abbandonarla all'inizio del terzo anno, lasciandovi un pezzo di cuore, ignaro del fatto che sarebbe morto ad Auschwitz qualche anno più tardi, nel 1944. Alcuni tentarono in ogni modo di reinserirsi a scuola, il luogo che ad alcuni di noi può sembrare quasi una «prigione», come ad esempio accadde per la famiglia Fano. I genitori (Ermanno e Giorgina) decisero di battezzare i propri figli, rinunciando così alla propria religione, ovvero a un pezzo della loro identità, affinché questi ultimi potessero essere considerati cattolici e essere, quindi, esenti da tutti quei limiti imposti agli ebrei. Tuttavia, un primo tentativo, alla scuola elementare di Fornovo, non andò a buon fine: le leggi razziali colpivano tutti coloro che erano nati da genitori di razza ebraica, indistintamente. I due bambini, Luciano e Liliana, trovarono comunque un modo per realizzare il proprio piccolo sogno: frequentarono illegalmente la piccola scuola di Fornovo e riuscirono anche a passare l'esame di fine anno con ottimi voti. In seguito, trasferitisi a Parma con i genitori, vennero entrambi ammessi a scuole cattoliche private. Ma non durò a lungo...Ignari di ciò che li aspettava e costretti ad una reclusione forzata, i bambini continuarono a studiare sotto l’occhio vigile della zia Alba Fano, insegnante di professione, che fece di tutto affinché i due fratelli potessero recarsi a sostenere l’esame di fine anno il 9 marzo 1944. Purtroppo non poterono mai presentarsi davanti agli esaminatori: quel giorno partirono infatti per in campo di concentramento di Carpi-Fossoli nel modenese, prima tappa verso il viaggio ad Auschwitz, un incontro con la morte... Chiara Dinaj liceo Romagnosi

Resistenza

...La partecipazione al funzionamento dello Stato oggi non è vissuta come era vissuta dai nostri nonni, i quali diedero addirittura la vita per costruire una Italia più giusta, libera e democratica. Oggi questi «privilegi» sono dati per scontati e visti con superficialità perché nessuno ce li può togliere. In realtà ce li stiamo togliendo da soli perché pensando che le cose proseguano senza di noi e senza la nostra partecipazione la democrazia va allo sfascio proprio come sta succedendo ora. Così diventiamo passivi agli eventi, che ci travolgono senza capire il perché e non abbiamo nemmeno la sicurezza di muoverci contro quello che riteniamo ingiusto. Dovrebbe quindi esserci maggiore interesse verso il mondo della politica da parte dei giovani per capire che niente è loro dovuto e che se la pensano così quelli che governano fanno quello che vogliono perché nessuno, o soli pochi, possono lamentarsi, ma in democrazia i pochi perdono... I cittadini di oggi non sentono il bisogno di impegnarsi in modo attivo per la propria nazione e, in altri termini, si è perso quel sentimento nazionale, quel forte attaccamento alla patria che era proprio dei nostri nonni e bisnonni e che ha poi favorito la liberazione dell'Italia...Quindi è fondamentale continuare a mantenere sano e integro il progetto dei nostri nonni e bisnonni che sta scomparendo e si sta corrompendo, ma l'unico modo è la partecipazione dei giovani alla politica che richiede impegno e fatica. Infatti, è più facile mangiarsi il cervello sui social, sul telefono, che stare dietro alle questioni politiche, per capire quale sarà lo sviluppo del nostro paese ed essere consapevole di quello che mi sta attorno. Giovanni Quintelli liceo Romagnosi

Esempi di Resistenza oggi

Il Kurdistan, una regione, che si estende fra Turchia, Iran, Iraq e Siria, nella quale la minoranza etnica curda ha sempre lottato per l’indipendenza, ottenendola solo nella zona irachena e siriana. La popolazione curda è stata vittima degli attacchi terroristici dell’Isis fin da prima della presa di Mosul nel 2014, riuscendo a stabilire una testa di ponte alla continua espansione dello Stato islamico con la straordinaria resistenza compiuta per la difesa del cantone di Kobane, prima perso e poi riconquistato... La difesa di questa parte del Kurdistan può essere definita un vero e proprio atto di resistenza perché appoggiato dalla popolazione locale e volto alla difesa della cultura e dei valori democratici. Infatti i ribelli curdi basano il proprio ordinamento politico sulla Dichiarazione di Confederazione Democratica di Abdullah Ocalan (il fondatore del Partito dei Lavoratori Curdi, imprigionato dal 1999 in Turchia), un trattato che delinea uno stato progressista e laico, in cui vigono la libertà di religione, di genere e di etnia, l’abolizione della pena di morte, il diritto alla sicurezza personale, all’istruzione gratuita e obbligatoria e all’assistenza sanitaria; uno stato nel quale le donne godono di parità con gli uomini. Naturalmente tutte posizioni che forze le quali fanno del fanatismo religioso la propria bandiera come l’Isis o che cercano di creare uno stato dittatoriale e tradizionalista come la Turchia non possono che osteggiare... Marco Cardinale, Luca Gelati, Margherita Marazzi, Giovanni Quintelli liceo classico Romagnosi.