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EDITORIALE

Trump, il Russiagate è diventato reale

di Paolo Ferrandi

31 ottobre 2017, 18:50

Trump, il Russiagate è diventato reale

Non è stato proprio un fulmine a ciel sereno, visto che i giornali e le tv americane erano piene di indiscrezioni da sabato scorso. Ma l'incriminazione di Paul Manafort e del suo ex socio Richard Gates (si sono entrambi costituiti) possono avere un impatto profondissimo sulla presidenza di Donald Trump. Anche perché solo la settimana scorsa gli «spin doctor» del presidente cercavano di chiudere il caso minimizzando il lavoro del procuratore speciale Robert Mueller - che è stato capo della Fbi - e accusando i democratici di aver creato false piste con la produzione di un voluminoso dossier sui legami tra Trump e Mosca. Si è poi scoperto che il dossier, almeno inizialmente, era stato pagato da uno dei grandi donatori del partito Repubblicano, il miliardario Paul Singer, che non ha mai condiviso la linea politica di «The Donald». E Mueller, a cui solo la settimana scorsa la direzione della pagina degli editoriali del «Wall Street Journal», il quotidiano economico di stampo conservatore e di proprietà di Rupert Murdoch, aveva suggerito le dimissioni, ha battuto un colpo pesantissimo.

Per capire quanto pesante sia il colpo bisogna sapere qualcosa di più su Manafort che è stato capo della campagna di Trump per alcuni mesi (fu sostituito da Steve Bannon, proprio per i problemi che hanno portato ora al suo arresto) e che è uno dei più famosi lobbisti repubblicani. Manafort fondò la sua società di consulenza politica nel 1980 con alcuni soci, tra cui Roger Stone, per ora solo sfiorato dal Russiagate e solo informalmente legato alla campagna di Trump, ma che è famoso - e famigerato - per essere stato uno degli uomini dei «dirty tricks», i «giochi sporchi» di uno che non aveva paura di sporcarsi le mani, cioè Richard Nixon. Prima di approdare alla corte di Trump, Manafort aveva collaborato con Gerard Ford, Ronald Reagan, George H. W. Bush. Fra i suoi clienti anche leader stranieri senza scrupoli, dal dittatore delle Filippine Ferdinando Marcos a quello dell’ex repubblica democratica del Congo Mobutu Sese Seko, dal leader della guerriglia angolana Jonas Savimbi a Viktor Ianukovich, il presidente ucraino filorusso deposto dalla rivoluzione filoccidentale del Maidan.

I 12 capi d'accusa contro Manafort sono pesantissimi - si va dal reato di cospirazione a quello di riciclaggio, passando per l'evasione fiscale, la costituzione di conti offshore e la mancanza di registrazione come agente di uno stato estero - e possono portare fino a 80 anni di carcere. Si tratta, poi, di accuse molto circostanziate e con decine di prove bancarie delle avvenute transazioni. L'ideale per costringere qualcuno a parlare con il miraggio di un accordo extragiudiziale. Trump ha reagito, come sempre su Twitter, dicendo - a ragione - che i reati commessi da Manafort non c'entrano nulla con la sua campagna, visto che si riferiscono soprattutto al lavoro di Manafort come lobbista per Ianukovich. Però è anche vero che lo stesso Ianukovich è solo un pupazzo nelle mani di un burattinaio piuttosto noto, cioè Vladimir Putin. L'impressione è che a questo punto negare ogni «connessione» con la Russia per Trump diventi sempre più difficile e controproducente. Il fantasma è diventato reale.

pferrandi@gazzettadiparma.net