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EDITORIALE

Le nostre tradizioni finite in uno scherzetto

di Patrizia Ginepri

01 novembre 2017, 16:50

Le nostre tradizioni finite in uno scherzetto

La nostra vita non si basa più sul ritmo dettato dalla natura e dalle tradizioni. Viviamo una sorta di eterna stagione senza nome, che ingloba in sé tutto l’anno. Dico questo perché mi sono chiesta che significato abbia celebrare feste, come Halloween, che non hanno un senso temporale.

Le tradizioni, anche agli inizi di novembre, si stanno perdendo, sostituite da usanze svuotate di contenuti: feste e serate carnevalesche in modalità horror, cioccolatini con su l’effigie della zucca, identici a quelli smerciati a San Valentino e poi alla festa della mamma, del papà, della donna e di chicchessia.

Una volta era il «ponte» dei morti. Da molti anni a questa parte è Halloween. Una volta c'erano i giocattoli per i più piccoli, che la tradizione voleva lasciati in dono dai cari defunti, oggi siamo passati a «dolcetto o scherzetto», zucche intagliate e travestimenti mostruosi.

Evoluzione della specie e delle commemorazioni, che nel corso dei decenni hanno subito influenze anche lontane come, in questo caso, di origine celtica.

Un tempo ai bambini si insegnava il rispetto dei cari estinti. Le giornate dell'1 e 2 novembre rappresentavano un'occasione per educare alla memoria e al senso dell’identità familiare. Il rito della visita al camposanto assumeva un valore simbolico che permetteva di rompere anche la soglia della paura dell'aldilà.

Anticamente, addirittura, si mangiava sulla tomba o nella cappella di famiglia, tradizione in seguito proibita da un editto papale, ma tuttora viva in alcuni paesi della Calabria e della Sicilia centrale. Nei piccoli paesi, l'aria era pervasa dai profumi provenienti dalle bancarelle colme di dolci tipici, a cominciare dalle ossa dei morti, i biscotti di pasta frolla e glassa. Cosa è rimasto oggi di queste tradizioni legate a un momento preciso della vita di ogni anno?

Ricordo queste festività quando ero ragazzina. Il 2 novembre non si andava a scuola. Infilavo cappotto, cuffia e guanti e con i miei genitori mi recavo al cimitero. Si sceglievano con cura i fiori da deporre sulle tombe dei nostri cari, si lucidavano pomelli e marmi, si pregava. Ricordo la nebbia, che cancellava i contorni di tetti e alberi, il freddo pungente, le nuvole di fiato, l'incontro con i parenti. Riti pagani, sepolcri come mercati, direte voi. Meglio un sabba di streghe e magari qualche simpatico zombie.

Ieri ho visto alcuni bambini giocare all’interno di un cortile, tutti mascherati, con cappelli da strega ali di pipistrello, volti truccati a simulare un pallore cadaverico, denti da vampiro in bella vista. L'idea che in questi giorni si rende omaggio ai defunti non era all'ordine del giorno, mi è parso di capire. E probabilmente nessuno ha mai raccontato loro che il peregrinare da un camposanto all'altro è un modo per ricordare affetti importanti, in un giorno speciale, alla ricerca di una sensazione di pace, di compiuto, di effimero conforto.

Reminiscenze lontane, completamente sconosciute alle giovani generazioni. Che dire, perfino la temperatura non è più quella di una volta: bastano un blazer, un paio di occhiali da sole, una granita e la festa può cominciare.

pginepri@gazzettadiparma.net