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EDITORIALE

Il Califfato non c'è più ma l'Isis non si arrende

di Paolo Ferrandi -

27 novembre 2017, 17:12

Il Califfato non c'è più ma l'Isis non si arrende

La strage compiuta - con tutta probabilità, visto che non è ancora arrivata una rivendicazione esplicita - nella moschea di Al Rawdah nel Sinai settentrionale da un commando di una ventina di terroristi del ramo egiziano dell’Isis dimostra una volta di più che non basta sconfiggere militarmente il “Califfato nero” per eliminare la minaccia terroristica. Sembra un paradosso, ma nonostante la progressiva perdita, una dopo l’altra, delle principali roccaforti - prima Mosul in Iraq, poi Raqqa in Siria per nominare solo le principali – lo Stato Islamico resta estremamente pericoloso proprio dove, in teoria, non è insediato dal punto di vista territoriale. Il Sinai, per esempio, non è mai diventato parte integrante dello Stato islamico, ma, nonostante gli sforzi della polizia e dell’esercito egiziano, è una regione dove l’autorità dello Stato centrale resta estremamente debole e dove invece i terroristi si muovono come pesci nell’acqua.
Insomma, il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi non ha più un Califfato su cui regnare, ma l’Isis resta vivo e vegeto. In Iraq e in Siria si sta dando una struttura segreta, sul tipo di quella di Al Qaida, e in Afghanistan è stato messo in piedi un centro di addestramento per i «foreign fighter», compresi molti europei che, in fuga da Iraq e Siria, non sono rientrati in Occidente. Terroristi affiliati all’Isis hanno fatto strage nel Caucaso russo, in Afghanistan, in Pakistan, in Bangladesh, in Indonesia e perfino in Australia. Nelle Filippine l’esercito ha dovuto combattere per settimane prima di espugnare la città di Marawi. Per non parlare dell’Europa, dove gli attacchi dei terroristi fai-da-te hanno creato un clima tale che basta un piccolo incidente per fare sgomberare Oxford Street nel cuore di Londra. Poi c'è poi l’Africa e la Penisola arabica: gli integralisti di Boko Haram, legati all’Isis, continuano a spargere terrore in Nigeria e nei Paesi confinanti, mentre nella zona sahariana e subsahariana è molto pericoloso il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani, nato quest’anno dalla fusione di numerose soglie jihadiste. E in Somalia e Yemen gli Stati Uniti sono stati costretti ad aumentare gli interventi. Vicino alle nostre coste preoccupa la situazione in Libia, anche se l’Isis qui ha subito pesanti sconfitte militari.
L’altra cosa importante da notare è che la violenza settaria dei terroristi islamici sunniti non si rivolge – e in realtà non si è mai rivolta – solo contro ebrei, cristiani e occidentali in genere. In Egitto dopo i copti – cristiani – è nel mirino anche la comunità dei Sufi che ha una visione mistica dell’Islam, venera i propri “santi”, e che, per questo, viene considerata eretica, anzi apostata, dagli estremisti sunniti. I jihadisti rivolgono il loro odio anche agli sciiti – la versione dell’Islam maggioritaria in Iran e in Iraq, ma presente anche in Siria e Libano -, gli alawiti, gli aleviti e tutte le diverse interpretazioni dell’Islam che compongono l’insieme di una religione ricchissima che è monolitica solo nella paranoia religiosa dei seguaci dell’Isis che, molte volte, specie se si tratta di «foreign fighter», da poco convertiti e incapaci di parlare e leggere l’arabo, è assolutamente ignorante rispetto a una cultura religiosa piena di sfumature. Una religione che diverta un’orribile parodia nella visione distorta degli estremisti dell’Isis.